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«Crisi della politica? Al Nord è la normalità, il Pd ci pensi» Questione settentrionale A colloquio con il ds Luciano Pizzetti: «i perché della nostra insofferenza»
11/06/2007
Forse l’errore lo ha fatto proprio Sergio Chiamparino nel suo j’accuse sul comitato del Partito democratico. Come se la questione settentrionale si riducesse a una questione di rappresentanza territoriale. Il malessere ulivista al Nord parte da più lontano, almeno da una Finanziaria che non è piaciuta a nessuno, così come le incertezze sull’alta velocità Torino-Lione e sull’emergenza sicurezza. No, il problema non è il comitatone. Tanto che c’è chi, come il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, non si accoda al piagnisteo degli esclusi dai 45 ma chiede espressamente che nasca il Partito democratico del lombardo- veneto. E forse non è un caso che molti dei nordisti delusi (sempre Chiamparino e Cacciari ma anche il governatore Riccardo Illy) si siano rifugiati nel referendum Guzzetta sperando che diventi un bagno rigeneratore per la politica italiana. Che da queste parti danno per malata da tempo. «L’intervista di D’Alema? Noi il distacco dei cittadini dalla politica lo constatiamo e soffriamo tutti i giorni» spiega Luciano Pizzetti, neonominato dai Ds responsabile nazionale per la questione settentrionale e per la costruzione del Pd al Nord. «La crisi di oggi è più grave rispetto a quella del ‘92. Allora eravamo alla fine di un ciclo storico. Oggi il ciclo nuovo sembra non aprirsi mai, la democrazia è in crisi e la cosa più grave è che a governare è il centrosinistra. Così l’insoddisfazione cresce». Come ha scritto il cattolico liberale e gran borghese milanese Piero Bassetti, primo presidente della regione Lombardia, «è sbagliato credere che la domanda di democrazia che oggi ispira la gente possa ridursi alla voglia di partecipare a vecchi giochini o a congressi, più o meno costituenti. L’insofferenza che c’è in giro viene da più lontano: dall’esperienza concreta del fatto che la nostra vita è condizionata da questioni e poteri ben più complessi e veri delle diatribe della politica “politicante” o delle discussioni su vecchi e nuovi contenuti, vecchi o nuovi apparati per i quali si vota, ma niente o troppo poco cambia. Questa è la crisi vera della politica: la sua irrilevanza». É vero – è disposto ad ammettere Pizzetti – questo governo è nato debole, senza una vera maggioranza al senato. «Però la Finanziaria è stata un pessimo segnale: non ha promosso i meriti e sulla questione fiscale ha riaperto una voragine. Qui si rischia di scivolare dall’antistatalismo al rifiuto del riformismo. Il Nord rappresenta la parte più moderna della società italiana: se non si ritroverà nel Pd il nuovo partito nascerà minoritario. Si rischia il rinculo». Anche per questo due mesi fa Pizzetti ha preso carta e penna e proposto il manifesto del Partito democratico per il Nord, apporvato dai congressi provinciali lombardi. «La questione settentrionale non è un problema di rappresentanza territoriale ma di cultura politica. Noiex Pci veniamo da una cultura che ha fatto molta fatica a capire la modernità e l’innovazione. Ma oggi spesso ci sentiamo poco capiti dal centrosinistra nazionale. È anche un problema di percezione: fino a che l’opinione pubblica penserà che a costruire un centro sociale è il centrosinistra e un’autostrada il centrodestra non andremo da nessuna parte». Anche per Pizzetti i dubbi sollevati da Chiamparino non sono il problema. «Il comitato dei 45 è transitorio. Le foto dei singoli componenti sono di prima qualità, èla foto d’insieme che è offuscata. In ogni caso non ne farei un dramma. Il problema sono le regole. Con le primarie di ottobre ci stiamo giocando la fiche della vita. «Io sarei per collegi piccoli, anche più piccoli del Mattarellum, per liste territoriali, per il rispetto dell’alternanza uomo-donna. E poi contino i bacini elettorali, i voti: l’assemblea costituente dev’essere un’esatta rappresentanza dei voti reali». C’è un collegamento tra il malessere nordista e il referendum? «Non diretto ma certo c’è insofferenza per una democrazia dove la maggioranza non decide. In questo senso la sollecitazione del referendum può essere utile ma la legge che ne uscirebbe sarebbe un mezzo mostro».
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