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Denaro e libertà
Saggio di Fisichella sulla crisi della democrazia.
Se governano i tecnocrati

11/06/2007

Perché i media dei potentati chiedono tutto dei redditi dei politici e nulla di quelli di direttori, imprenditori e manager?
Perché i media vogliono sapere tutto dello stipendio e dei benefit di Prodi o di Fini e nulla, ma proprio nulla, dello stipendio e dei benefit di un direttore di media e dell’imprenditore o manager suo datore di lavoro; e perché dunque i media siano diventati lo strumento principe dell’antipolitica, il veleno che ogni giorno, calando in colazioni e cene di decine di milioni di italiani, li mitridatizzano all’antipolitica, rendendoli nemici della politica: o, meglio, della democrazia che è la forma politica in Occidente. Qualcuno si sarà chiesto perché grandi e piccoli giornali e tv promuovano interviste come quella, sacrosanta, di Sebastiano Messina su la Repubblica al ministro del programma Santagata, sul costo dei politici (governo, parlamento, regioni ed enti locali, consorzi, comunità montane e Asl, ecc.ecc.); e mai analoga intervista compaia in giornali e tv su stipendi, pensioni, benefit, apparati (segretarie, autisti, residence, biglietti di viaggio, ristoranti, relazioni sociali come fasci di rose o di orchidee o altri sentiti
omaggi alle gentili signore).
Dicevo, qualcuno si sarà chiesto quanto costino direttori di giornali e telegiornali, dirigenti d’azienda, banchieri, alti funzionari pubblici e privati, diplomatici, rappresentanti di corporazioni?
Beh, una risposta non banale a questo misterioso doppiopesismo, che non è opportunismo ma spia di un fenomeno storico-politico epocale, si trova nell’ultima fatica di Domenico Fisichella, da sempre tenace studioso (fra l’altro) della relazione fra denaro e democrazia.
Il saggio s’intitola Crisi della politica e governo dei produttori, è edito da Carocci, non è, almeno nella prima parte, di lettura agevolissima; ma chi arrivasse fino in fondo, capirebbe, senza che l’autore lo scriva mai, perché i media vogliono sapere tutto dello stipendio e dei benefit di Prodi o di Fini e nulla, ma proprio nulla, dello stipendio e dei benefit di un direttore di media e dell’imprenditore o manager suo datore di lavoro; e perché dunque i media siano diventati lo strumento
principe dell’antipolitica, il veleno che ogni giorno, calando in colazioni e cene di decine di milioni di italiani, li mitridatizzano all’antipolitica, rendendoli nemici della politica: o, meglio, della democrazia, che è la forma della politica in Occidente. Fisichella parte, come suole, dal suo grande amore lontano, i critici della rivoluzione, stavolta Saint Simon e Comte. Alla ricerca di nuovi fondamenti politici per una società nuova, il primo previde una società di cui gli scienziati avrebbero curato la metafisica (cioè le leggi fisiologiche) e i produttori (imprenditori, lavoratori, banchieri, commercianti) la politica, intesa come “amministrazione del capitale sociale”. Donde la sua fama di precursore del socialismo o almeno della sinistra sindacale. Comte, dichiarata ’interdipendenza fra verità e utilità, e promosso l’industrialismo a motore della società positiva, affidata al governo di scienziati e industriali, viene quindi assunto nell’empireo di una certa destra corporativa. Due pensatori che poco hanno a che vedere con quella democrazia politica definita, da Platone e Aristotele in giù, come “governo dei poveri”; ma molto a che vedere col governo dei produttori, si tratti di produttori “socialisti” o, al contrario, “corporativi”. Ora il saggio di Fisichella esce mentre più evidenti sono in Italia la crisi della politica (si pensi alla ”transizione” mai conclusa), la disaffezione dei cittadini alle istituzioni rappresentative, la delegittimazione della politica da parte dei media legati ai potentati. Il tutto con l’aiuto suicida di una democrazia politica incapace di far bene. E anche di pensar bene, visto che le due maggiori chiese che hanno monopolizzato l’età repubblicana, la Dc e il Pci, hanno immesso nel sistema circolatorio della democrazia la parafrasi di idee sensimoniane
e comtiane, come l’intellettuale organico di Gramsci (gli scienziati) e la classe sociale unica (i produttori) come casse generale; e hanno tolto alla politica la guida intellettuale e morale ella società dandola all’economia. Il potere non è più politico ma manageriale, molti cittadini preferiscono i governi “tecnici” ai governi rappresentativi. In una parola l’antipolitica alla
politica, gli interessi corporativi a quelli della comunità. È in crisi la cultura dell’Occidente, che è stata sempre ispirata al primato regolativo della politica (e talvolta anche primato interventivo, fino all’eccesso totalitario del “tutto è politica”). Si dirà: ma anche i produttori, governando la società sotto l’ala legittimatrice degli intellettuali organici (i media, innanzitutto), governerebbero con la politica. È vero, risponde Fisichella, ma trattasi in ogni caso di politica illiberale. Molti regimi novecenteschi di produttori, dai totalitari agli autoritari, lo comprovano. Quei regimi sono stati sconfitti dalla democrazia (cioè dalla politica dell’Occidente).
Il fatto che ora la politica sia in crisi, mette l’Occidente nella morsa fra quella crisi e la tentazione di uscirne col governo dei produttori, più o meno con la cultura che la democrazia aveva sconfitto. Ci si può salvare solo con una fortissima coscienza dei democratici di volere e saper combattere l’ideologia tecnocratica, che riduce tutto a se stessa, e il monismo economicistico, che fa dell’economia il fine unico della politica: mentre la politica è non solo economia, ma equilibrio, garanzie, giustizia, sicurezza, difesa. Oltre che produzione, naturalmente. Ma la classe politica democratica (di sinistra, di destra, di centro) è in grado di pensare la propria funzione in termini intellettuali e morali, in equilibrio di diritti e di doveri? Di fronte a non pochi discorsi sulle leadership, si può dubitarne.

 
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