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Nuova borghesia, vecchi vizi di Federico Punzi
11/06/2007
L’intervento del presidente di Confindustria nel suo ultimo discorso da leader degli industriali dello sscorso 24 maggio ha suscitato una quantità di reazioni e di commenti dentro e fuori la politica. La sua relazione è stata tutta anti-palazzo, tesa a valorizzare il merito delle imprese nella ripresa economica, le uniche, a suo giudizio, che hanno remato per fare andare avanti la barca mentre altri prendevano il sole o peggio litigavano. L’accusa alla politica è forte. Per Montezemolo “è costosa, senza idee e senza spina dorsale”. L’Italia gli appare un paese prigioniero di una transizione infinita ancora in bilico tra l’essere il paese dei veti e quello delle decisioni. Un’Italia che galleggia senza lungimiranza, lui dice (peccato che se qualcuno la fa anche solo intravedere - la lungimiranza - piglia solo cazzotti) “dove ognuno pensa che è meglio uno stato assente rispetto ad uno stato considerato invadente”. Ma, ci vien da dire, Montezemolo e tanti con lui, non era tra quelli che, solo pochi giorni fa, hanno riempito i giornali di dichiarazioni di stop allo Stato invadente quando il governo magari voleva esprimere un’idea sulla vicenda Telecom o sulle recenti fusioni bancarie? E poi Montezemolo, strizzando l’occhio ai riformisti e condannando sia destra che sinistra, ha parlato “dell’oltre” (è anche lui un oltrista?) del 2015, quando per il ruolo che ricopre dovrebbe, a nostro giudizio, guardare all’oggi, semmai al domani. Certo su alcuni aspetti non è smentibile: quando denuncia gli enormi costi della politica, quando dice che non bisogna aver paura del cambiamento e non si deve giocare sulle paure della gente. Per una “mission” del genere serve una leadership e qui Montezemolo lascia intendere che non si debba cercar lontano. Per il Governo ha parlato Bersani, il bravo Bersani. Non ha negato la precarietà della politica, ma ha chiesto un atto di fiducia nei cambiamenti che il governo intende apportare nel terziario, nello stato sociale e nelle politiche pubbliche. Non ha negato errori. Ha spiegato che il solco tra politica e società non lo si colma con l’invettiva o seminando vento. Che occorre parlare non urlare perché i problemi di “governance” ci sono nella politica ma non solo. Ci inseriamo nel dibattito in corso sull’avanzare della cosiddetta “antipolitica” prodotta anche dal permenere di rigide “caste” con un articolo di Federico Punzi apparso su “Europa” il 26 maggio scorso.
Caro direttore, alla stregua di Mario Adinolfi, sono portato a diffidare di questa «nuova borghesia consapevole» che il discorso di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria ci avrebbe disvelato e che sembra aver entusiasmato editorialisti del Corriere della Sera come Dario Di Vico. Bisognerebbe averla una borghesia, prima di parlare di una nuova. Vero che l’Italia «non ha mai avuto una borghesia che abbia saputo tagliare la testa al re», che il nostro è il capitalismo «familiare e senza capitali, dei patti di sindacato, delle banche nelle imprese editoriali» (e in quelle politiche), in parte responsabile, insieme ai partiti e ai sindacati (e anche un po’ a tutti noi), dello «sfascio in cui versa il paese ». Il guaio è che il capitalismo italiano ha barattato il libero mercato con l’assistenzialismo di stato, trovandosi poi perdente nella competizione globale. Complici i sindacati, è riuscito a privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, con le casse integrazioni, le mobilità lunghe, i sussidi, gli incentivi e le rottamazioni. Oggi un presidente di Confindustria sembra capire che servono regole, non oboli di stato, e viene a parlarci di merito, rischio e concorrenza , quando Confindustria non li ha mai praticati, garantendo assistenza alle poche grandi industrie, e lasciando senza rappresentanza la reale spina dorsale produttiva del paese, la piccola e media impresa. Viene, in effetti, il dubbio di trovarci dinanzi, come ha scritto Oscar Giannino, a «un ambizioso che si volge a fiutare l’aria per misurare il successo potenziale di una nuova leadership ». Eppure, non si può del tutto escludere che qualcosa si muova. «Sta succedendo molto, molto di più», assicura Di Vico. D’altra parte, seppure demagogico, nel suo discorso Montezemolo stavolta non ha parlato solo delle esigenze degli industriali, non ha stilato «il solito cahier de doléances un po’ gretto e corporativo», ma ha preso posizione per alcune riforme che sappiamo essere necessarie da tempo (premierato e legge elettorale, pensioni e tasse, per fare degli esempi) e ha rappresentato una domanda largamente avvertita nella società, di «più libertà, apertura e mobilità », divenute «in tutti i grandi paesi industrializzati parole d’ordine interclassiste», osserva l’entusiasta Di Vico. Staremo a vedere se gli industriali finiranno per accontentarsi del solito obolo, del solito pasto caldo. Può darsi che si sia trattato del ciclico cavalcare l’onda di delusione del mondo produttivo nei confronti di un governo che pure aveva sostenuto, per meglio prepararsi a cambiare carro in corsa o ad alzare il prezzo sui tavoli della concertazione. Se non una rupture, se non qualcosa di radicalmente riformatore, la crisi della “casta”, il referendum elettorale che grava sui partiti, il nuovo corso di Confindustria con l’ombra incombente di Montezemolo, potrebbero contribuire a portare una ventata d’aria fresca, spazzando via qualche vecchio dinosauro e residuato ideologico, sbloccandoci da uno stallo che davvero non possiamo più permetterci. È il momento del ciascuno faccia il proprio gioco, ma chi resta fermo è perduto. Non mi convince un approccio solo generazionale, né l’espressione «neoproletariato», ma condivido l’analisi degli outsider. Come ha osservato Luca Ricolfi sulla Stampa, i cittadini «cominciano a capire che l’inconcludenza dei politici ha dei costi, dei costi diffusi ed enormi (...) Poco per volta ma inesorabilmente, si stanno rendendo conto che l’immobilismo del ceto politico sta alimentando un mare di ingiustizie, che però la politica non ha occhiali per vedere. Ingiustizie che non riguardano solo “la casta”, ma tutte le caste. Chi fa tutti i giorni il proprio dovere, ma non ha una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge, si accorge sempre più sovente che il gioco è truccato». Ingiustizie che hanno tutte una comune origine nel deficit di meritocrazia. Se non c’è merito, allora si va avanti per censo, clientele, familismo, affiliazioni e conventicole varie. Il merito è il più democratico, il più liberale, e il più rispettoso dell’individuo, tra i fattori di disuguaglianza, posto che le disuguaglianze, intese come differenze non inique, sono un dato ineliminabile nelle società umane e che compito dello stato è favorire opportunità di partenza il più possibile simili, non livellare verso il basso all’arrivo. Il «patto interclassista» di cui parla Adinolfi dovrebbe quindi essere inteso come un’alleanza tra i produttori e i non protetti e i non privilegiati, nell’impresa come nel lavoro) contro i burocrati e le corporazioni: più che una «nuova borghesia » ci serve un “terzo stato” consapevole. Ecco, credo che se quell’alleanza si costituisse questo paese avrebbe qualche speranza di farcela. La domanda è: gli industriali ci stanno ad uscire da una logica corporativa e a sentirsi “terzo stato”? La questione non è se Montezemolo si impegnerà o meno direttamente in politica. Importa sapere se finalmente gli industriali decideranno di volere il libero mercato e le regole e di rinunciare all’obolo di stato.
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