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 Approfondimento
La Chiesa e il dibattito sulle unioni civili
Appunti sulla famiglia del Cardinale Carlo Maria Martini

20/04/2007

Al vertice delle nostre preoccupazioni deve stare non già il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma piuttosto di sostenere positivamente e di promuovere le famiglie in senso proprio.
Dal discorso alla città di Milano dell’arcivescovo Carlo Maria Martini per la vigilia di sant’Ambrogio 2000
La proliferazione dei modelli familiari e, segnatamente, la diffusione delle unioni di fatto e anche delle unioni tra
persone dello stesso sesso sono il prodotto di un più generale processo di privatizzazione e di secolarizzazione della cultura, del costume e delle forme della convivenza. Esse interpellano il legislatore, diviso tra l’esigenza di fare i conti con l’evoluzione e la diffusione di nuovi costumi familiari e quella di un ancoraggio etico-sociale.
Il primo e più fondamentale riferimento, per l’ordinamento italiano e dunque per le pubbliche autorità, è rappresentato dalla Costituzione e, segnatamente, dai suoi articoli 29, 30 e 31. «La famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio», così si legge all’articolo 29. Merita notare che si deve a Togliatti la locuzione “società naturale”, ma furono poi Moro e Mortati a esplicitarne il senso. La famiglia è la prima e più originaria «formazione sociale»quella – come recita l’articolo 2 – nella quale si sviluppa e si perfeziona la persona umana.
Questo suo carattere originario, precedente allo stato, prescrive ad esso una “zona di rispetto”, lo impegna ad “inchinarsi” alla sua autonomia. Lo conferma la giurisprudenza costituzionale. In una recente sentenza, la Corte registra «la trasformazione della coscienza e dei costumi sociali, cui la giurisprudenza di questa Corte non è indifferente» e accenna alla convivenza di fatto «quale rapporto tra uomo e donna ormai entrato nell’uso e comunemente accettato, accanto a quello fondato sul vincolo coniugale». Ciò tuttavia «non autorizza la perdita dei contorni caratteristici delle due figure», considerato che «la Costituzione stessa ha dato alle due situazioni una valutazione differenziatrice», che esclude «affermazioni omologanti». Si può considerare cioè l’eventuale rilevanza giuridica di altre forme di convivenza, ma esse non possono pretendere l’equiparazione, quanto a status, alla famiglia.
L’autorità pubblica, dunque, può adottare un approccio pragmatico e certo deve testimoniare una sensibilità solidaristica. Del resto, lo fa la stessa Costituzione, informata da una tensione solidaristica nel suo complesso e sul punto specifico. Alludo agli articoli 30 e 31, dove ci si impegna alla protezione della maternità e dell’infanzia e dei diritti dei figli nati fuori del matrimonio.
a si deve accuratamente distinguere la famiglia da altre forme di unione non fondate sul matrimonio. Nella famiglia si dà un di più di stabilità e di dichiarata obbligazione sociale che va giuridicamente e socialmente
premiata. Al vertice delle nostre preoccupazioni deve stare non già il proposito di penalizzare le unioni di
fatto, ma piuttosto di sostenere positivamente e di promuovere le famiglie in senso proprio. Di fronte ai problemi di diritto stanno però le realtà concrete. La valorizzazione individualistica dei rapporti anche nell’ambito della famiglia ha ottenuto sì, come sopra si ricordava, lo scopo di sviluppare un rapporto di affetto e un riconoscimento della pluralità personale dei membri, ma ha indebolito la rilevanza sociale della famiglia e l’ha chiusa in un gioco di rapporti interni, spesso solo sentimentali e affettivi.
Quell’individualismo è perciò responsabile anche d’una concezione troppo e, a volte, solo intimistica e sentimentale della famiglia, che la scollega dalla società e la rinchiude in un universo familistico di comunità chiusa. Essa rischia di riconoscere dignità relazionale solo all’affetto-sentimento e quindi – in ultima istanza – alle pulsioni instabili dei soggetti. Si dà allora dignità ai soggetti componenti della famiglia in quanto individui (uomo, donna, bambino), non in quanto membri del nucleo familiare (sposo e padre, sposa e madre, figlio).
Non si può non rilevare infatti che l’enfasi sull’individuo ha portato a miglioramenti sociali, con una attenzione prevalentemente sviluppata però nella direzione piuttosto dei diritti individuali che di quelli personali relazionali (e quindi anche familiari). Per questo il processo positivo del superamento delle rigidità giuridico-economiche ha accresciuto l’irrilevanza sociale e civile della famiglia. Con la conseguente nascita di nuovi rapporti, basati su quella concezione individualistica: cioè sulla volontà libera e libertaria, che non chiede autorizzazioni sociali né assume responsabilità di stabilità di fronte a chicchessia, se non alla propria libera volontà.
Non possiamo nasconderci che la genesi di queste nuove forme relazionali dipende fortemente dalle manchevolezze di una età di chiusure individualistiche e di scarsa solidarietà. Ad essa le nuove forme spesso cercano di opporsi, rimanendo però esse stesse dentro una visione individualistico-atomistica dei rapporti. Una società non può perciò non stabilire una graduatoria di rilevanza tra varie istituzioni che si richiamano a modelli familiari, sulla base delle funzioni sociali che svolgono, della natura relazionale che presentano e della forza esemplare che esercitano. In questa linea le nuove forme di relazionalità non possono pretendere tutte quelle forme di legittimazione e di tutela che sono date alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Solo quest’ultima, infatti, riveste una piena funzione sociale, dovuta al suo progetto e impegno di stabilità e alla sua dimensione di fecondità.
Promuoverla oltre che difenderla
«Ricordo che avevo fatto un discorso di sant’Ambrogio, sarebbe da riprendere oggi»: con queste parole il cardinale Carlo Maria Martini, nella sua intervista al Corriere di alcuni giorni fa, ha invitato a rileggere il testo di un suo intervento pastorale del 7 dicembre 2000 di cui pubblichiamo qui un ampio stralcio.
Nell’intervista, rilasciata a Betlemme dove il cardinale si trova per i festeggiamenti degli ottant’anni del suo successore alla guida della diocesi di Milano Dionigi Tettamanzi, rivela di pregare quotidianamente perché alla Chiesa italiana sia dato di «dire quello che la gente capisce: non un comando dall’alto che bisogna accettare ma come qualcosa che ha una ragione, un senso, che dice qualcosa a qualcuno».
Martini invita poi la Chiesa a «farsi comprendere ascoltando anzitutto la gente, le loro necessità, problemi, sofferenze, lasciando che rimbalzino nel cuore e poi risuonino in ciò che diciamo così che le nostre parole non cadano come dall’alto, ma siano prese da quello che la gente sente e vive, la verità dell’esperienza, e portino la luce del Vangelo». «La modernità – aggiunge riguardo ai rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo – on è una cosa astratta: ci siamo dentro, e ciascuno di noi è moderno se vive autenticamente».
Il cardinale parla infine della famiglia, spiegando la sua affermazione precedente che occorre «promuoverla» più che difenderla: «È un’istitituzione che ha una forza intrinseca – dice – Bisogna che questa forza sia messa in rilievo, che la gente la desideri, la ami e faccia sacrifici per essa».

 
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