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Il cattolico ed il Partito Democratico di Pierluigi Morelli
04/05/2007
Nelle discussioni sull’opportunità o meno di realizzare questo “partito nuovo”, noto che spesso non si va sufficientemente in una profondità di analisi delle culture afferenti al nuovo schieramento. Si riconosce certamente la varietà delle estrazioni, la nobile dignità di tutte le formazioni pregresse dei possibili componenti, la realtà della società civile, che giustamente deve rappresentare il perno per creare un partito nuovo, sia nella freschezza delle proprie organizzazioni formali, sia nelle tematiche e nell’approccio con la gente comune. Si ricorda correttamente che la molteplicità delle diverse sensibilità, è una ricchezza. Come tale è anche l’approssimarsi curioso di chi finora ha guardato la politica con attenzione, magari senza una costante partecipazione attiva. Le vicende politiche recenti, specialmente in temi di politica estera e di famiglia, non solo in termini idealistici, ma soprattutto nel metodo e nella tempistica con i quali certi temi sono stati promossi, rimarcano l’esistenza di notevoli difficoltà fra la sinistra ed il centro sinistra; né è prova il fatto che proprio l’operato di pochi “nostalgici - coerenti - impenitenti”, ha lacerato profondamente la maggioranza di governo, di per sé già fragile. Nelle movenze di questi signori, certo non si dimostra di aver acquisito una cultura di governo: al contrario questi accadimenti, fanno emergere la necessità di una forte aggregazione riformista moderata, che sia la conducente (e non solo l’accompagnatrice) della macchina delle riforme, di cui tanto il paese avverte il bisogno. Ecco dunque cosa dev’essere, in sintesi, il Partito Democratico: un partito nuovo, che non sia schiacciato da idealismi oramai passati alla storia, ma nemmeno da poteri forti da assecondare, che non disperda le sue identità e che rinforzi le sue radici, affinché si intreccino in profondità con quelle degli altri, che sappia lasciarsi innestare dalla società civile; un partito per il quale lo Stato, quale insieme di cittadini, divenga garanzia di efficienza, di giustizia e di opportunità. Un partito che restituisca dignità ad una politica volgare, fatto di idee anziché di slogan, dove le domande ottengano risposte. Un partito popolare, radicato, ma non populista. Dove la solidarietà ed il buon senso umano, uniscano l’eterna dicotomia fra fede e laicità. È troppo chiedere tutto questo? I concetti di giustizia e di solidarietà, non sono solamente i pilastri di una moderna società, basata sulla rivoluzionaria laicità illuminista. Sono pensieri fondanti anche del moderno cattolicesimo, dei quali noi cattolici del centro-sinistra vogliamo essere testimoni e promotori. È innegabile però, che negli ultimi mesi l’ago della bilancia dell’amministrazione del governo, ha pesantemente deviato verso sinistra, anche se, a ben guardare, si è trattato prevalentemente di molte chiacchiere, che non hanno sortito alcuna sostanziale riforma di stampo radicale. Per i terribili “Dico”, che opportunamente il presidente Prodi ha inviato alla globale discussione parlamentare, se non ci sarà un rimescolamento bipartisan, difficilmente, diventeranno Legge dello Stato. Proprio in occasione di quest’ultima vicenda però, tra manifestazioni inopportune, si è sollevato il solito dilemma dell’ingerenza della Chiesa cattolica, nell’amministrazione dello stato italiano. Se la laicità dello stato dev’essere un dogma irrinunciabile, è altrettanto normale che la Gerarchia Ecclesiastica si permetta di fornire dei pareri, su temi da sempre cari all’insegnamento evangelico. È però fastidioso osservare il peso di tale ingerenza, soprattutto quando appare come una guerriglia mediatica, nella quale ingenuamente la Chiesa si è lasciata coinvolgere, con il risultato che essa ora possa presentarsi politicamente schierata con il centro destra, quale unico e vero interlocutore affidabile e fedele. Un cattolico del centro sinistra non può accettare tutto questo. Innanzitutto, perché la Chiesa non è un’istituzione politica, né deve lasciarsi coinvolgere in queste beghe, pur rivendicando il suo diritto ad esprimere indicazioni. Pare quindi dubbia, la partecipazione a manifestazioni di piazza, di stampo anche politico, di parroci e sacerdoti vari; c’è il rischio di un pericoloso equivoco! Inoltre, non è accettabile che per i cattolici, non esista una degna collocazione nel centro sinistra, ai cui ideali di pace, giustizia e solidarietà invece parrebbe più coerente indirizzarsi. Non è nemmeno auspicabile però, un ritorno nostalgico, ma anacronistico, di un centro puramente cattolico, come qualche esponente di entrambi gli schieramenti sembra augurarsi, in relazione a certi ammiccamenti. Ma che spazio ci sarà per il cattolico nel Partito democratico? Come si risolveranno molte incongruenze di base, su temi eticamente sensibili come la vita umana, la famiglia, le libertà individuali, la professione di fede? Non sono questioni secondarie. La cultura cattolica, molto diffusa in Italia, è indubbiamente di grande dignità. Ma politicamente parlando non è la migliore, né la peggiore, né l’unica, e nemmeno quella irritante. Se non si parte da questo presupposto, non si può parlare di PD. Però, quella dei cattolici in politica è spesso quasi una missione, alla difesa di quella che è più che una cultura, bensì una religione. E così diventa difficile “tradire” certi ideali, poiché non sono solo delle convinzioni maturate con l’esperienza dei propri vissuti, o degli ideali più o meno astratti da concretizzare, a cui ispirarsi come fondamento per costruire un modo migliore. È molto di più: è l’adesione al Disegno divino, che ci vuole testimoni della Sua Parola. Eccola dunque la difficoltà intrinseca del politico cattolico, inserito nella società e nel suo continuo sviluppo, ma nel contempo fedele al catechismo, aperto alle problematiche moderne, ma non così docilmente integrabile nelle nuove mode e nelle nuove filosofie. È questa dunque la difficoltà dei cattolici, chiamati a legiferare o a pronunciarsi sul modus vivendi dei propri concittadini. Ma anziché chiudere ogni discussione, interventi come quelli di S. Pietro, meritano un approfondimento critico. Pietro infatti, parlava ad una comunità di cristiani, che si andava pian piano costituendo. Non era dunque una comunità laica, né tanto meno un gruppo di amministratori della cosa pubblica. Chi dunque è chiamato a governare, lo deve fare tenendo conto di tutte le realtà del suo paese. Di conseguenza, non può arroccarsi sulle sue posizioni, ma deve mediare fra le diverse sensibilità. Un po’ come nel Partito Democratico: fare sintesi fra diverse specificità. Un cattolico dunque dev’essere orgoglioso delle sue radici, ma nel contempo non può pretendere di imporre le proprie convinzioni; ciò non significa che debba fare delle rinunce, ma anche che non le può chiedere agli altri: sarà un buon credente, chi saprà testimoniare la propria fede, per sviluppare una Chiesa magari con meno discepoli, ma di maggiore qualità, con una maggiore conoscenza del proprio ruolo e della propria fede. Il cattolico del resto, nel suo operare, dovrebbe distinguersi dall’andazzo generale; dovrebbe promuovere la gioia del Risorto, in un mondo miscredente e relativista. Non può pensare che imporre una regola, in questo terzo millennio, sia un’azione recepita senza alcuna remora; viceversa, può arrivare agli altri portando alla luce il messaggio positivo della sua religione, affinché venga conosciuto e condiviso: la rivoluzione di Cristo è la più grande novità della storia, ed è un messaggio talmente universale, da poter dissetare ogni sete. Così, il cattolico deve pretendere di sedere al tavolo delle discussioni a fronte alta, ma non è un’integralista: deve dare il suo contributo, ma il suo non deve essere l’unico contributo disponibile. Deve sapere esercitare l’arte di mediare senza ingiustizie, ossia, deve saper acquisire la capacità di fare scelte politiche oneste e condivise. Proprio quello che ci si aspetta dal Partito Democratico. Il cattolico deve pretendere di sedere al tavolo delle discussioni a fronte alta, ma non è un integralista: deve dare il suo contributo, ma il suo non deve essere l’unico contributo disponibile. Deve sapere esercitare l’arte di mediare senza ingiustizie, ossia deve saper acquisire la capacità di fare scelte politiche oneste e condivise. Proprio quello che ci si aspetta dal Partito Democratico.
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