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Quel rivoluzionario di Vanoni
di Guido Vigna

08/03/2006

Il 16 febbraio, a cinquant’anni esatti dal giorno della morte, l’Amministrazione provinciale ha ricordato la figura di Ezio Vanoni con un convegno dal titolo “L’uomo, il sogno”. Relatori il prof. Guglielmo Scaramellini, lo storico Guido Vigna e il senatore Giulio Andreotti. Un pubblico numeroso e attento ha seguito i lavori. Pubblichiamo l’intervento del prof. Vigna che ha colto il rapporto tra l’uomo Vanoni e il suo sogno, certamente in gran parte realizzatosi, di rendere questo nostro Paese più moderno, più ricco, più giusto, più europeo di come lui l’aveva trovato nel dopoguerra.

Immagino che ai più la parola rivoluzionario che ho appiccicato a Vanoni appaia eccessiva. In verità credo proprio che rivoluzionario sia il termine più giusto per definire Ezio Vanoni. e al professore, come per molti restò anche quando era
parlamentare e ministro, probabilmente non sarebbe spiaciuta. Perché fu proprio Vanoni a parlare pubblicamente di rivoluzione quando cominciò a progettare la riforma tributaria destinata a passare alla storia con il suo nome. Di sicuro la
sua legge rappresentò una rivoluzione per un’Italia che, da poco uscita dal fascismo, era per molti versi più ottocentesca che novecentesca. e, nella troppo breve vita di Vanoni, non fu l’unica rivoluzione. Perché questa parola pare la più adatta per
definire anche il Piano Vanoni, che fu il primo tentativo di programmazione economica in Italia, e, ancora, la costituzione dell’ENI. Ma andiamo con ordine.
Vanoni arrivò alla politica attiva a quarant’anni, all’indomani dell’8 settembre 1943, quando, nell’esito di un percorso lungo e non senza tormenti decise di dare un taglio netto alla sua vita sino allora avvolta da un tranquillo e borghese benessere,
“per darsi interamente”, come ebbe a scrivere in una splendida lettera alla madre, “ a operare per il bene comune, a risolvere i problemi comuni”. Prima di questa scelta che lo portò alla clandestinità, era stato il professor Vanoni, un’autorità non soltanto in Italia, in scienza delle finanze e diritto finanziario, materie che insegnava a Venezia, a Ca’ Foscari, con un studio a Milano che aveva tra i suoi clienti molte eccellenze della città e che gli aveva regalato i sapori dell’agiatezza. Quegli anni, lontani dalla politica, furono per Vanoni, particolarmente fervidi nell’ambito scientifico con studi e scritti che gli regalarono
una fama europea e dai quali si può intuire la riforma tributaria che poi varò una volta arrivato al governo. Furono fervidi anche sul piano delle amicizie perché fu allora che Vanoni cominciò a frequentare gli ambienti cattolici romani e, soprattutto, quel singolare salotto che s’era costituito a fianco dell’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale, nato nel
1930. Il tramite era stato il cognato Pasquale Saraceno, anch’egli di Morbegno, che era entrato all’Iri nel 1933. A Roma Vanoni strinse amicizia soprattutto con Sergio Paronetto, un altro di Morbegno, dove aveva però vissuto soltanto sette
mesi e suo lontanissimo parente. Anch’egli all’Iri, Paronetto morì nel 1945, all’indomani della Liberazione, era giovane, non aveva che 34 anni, otto meno di Vanoni, pure su di lui ebbe un’influenza profondissima. Per un strano gioco del destino furono questi tre morbegnesi, Vanoni, Saraceno e Paronetto, a scrivere una delle pagine più belle della letteratura politica cattolica. Perché quell’affascinante documento passato alla storia come il Codice di Camaldoli è da attribuire in gran parte a loro tre e a Giuseppe Capograssi, ai più oggi sconosciuto, per qualcuno, come ebbe a scrivere il Manifesto, “uno tra i pochi grandi intellettuali del Novecento italiano, un pensatore eccentrico all’interno della tradizione cattolica”. Al lavoro di Vanoni, Saraceno, Baronetto e Capograssi furono aggiunti poi due capitoli sui temi della famiglia e dell’educazione che i quattro contestarono duramente. Scritto tra il settembre 1943 e la primavera del 1944, pubblicato nell’aprile del 1945, il Codice di Camaldoli è, nelle pagine di Capograssi, Paronetto, Saraceno e Vanoni, un documento
vibrante per la passione che trasuda ed è rivoluzionario in alcune proposte tanto da spingere a parlare dell’utopia di Camaldoli.
Costruito sul tema fondamentale della giustizia sociale ha influenzato, e non poco, la Costituzione e i primi programmi
della Democrazia cristiana. e può essere considerato per molti versi lo specchio fedele del credo politico di Ezio Vanoni. A cominciare dalla giustizia fiscale. Su questo terreno Vanoni fu sicuramente rivoluzionario. Vanoni sapeva fin troppo bene che gli italiani per la giovinezza della nazione e per la mancanza di consuetudine con la democrazia, non ce la facevano a identificarsi con lo stato, che subivano il tributo qualunque fosse la sua fisionomia, che cercavano comunque di sfuggirgli. Non gli era sconosciuto ciò che aveva scritto Piero Gobetti nella Rivoluzione liberale: “In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non era un’esigenza, ma una formalità giuridica: il contribuente italiana paga bestemmiando lo Stato; non ha la coscienza di esercitare, pagando,
una vera e propria funzione sovrana. “L’imposta gli è imposta”. La Rivoluzione liberale è del 1924 e dipingeva il contribuente italiano come un oggetto in un meccanismo perverso. Il ventennio, nonostante le continue promesse, non aveva
portato ad alcun mutamento e nel giugno del 1948, quando Vanoni s’insediò come ministro delle finanze, il sistema tributario italiano era lo stesso dei primi del Novecento con il suo carico intatto di incongruenze, di malignità vessatorie, di
impunibilità dell’evasione che favoriva in modo particolare i redditi più elevati. era un sistema che si nutriva soprattutto della perversa imposizione indiretta che martirizzava i più poveri. e allora si spiega perché cambiare questo sistema
fosse, nel giudizio di Vanoni, “la più grande rivoluzione che si sia tentata nel nostro Paese”. Una rivoluzione
soprattutto morale, perché, così la pensava il ministro delle finanze, prima di incidere nell’ordinamento legislativo, nella struttura, nell’apparato, bisognava incidere nelle coscienze. Vanoni voleva convincere gli italiani ai loro obblighi nei confronti del fisco, non già in forza delle norme, ma in virtù di un dovere sociale che come tale era anche un dovere morale.
e’ quanto aveva teorizzato in un suo scritto, La nostra via, del 1947 e ancora prima nel Codice di Camaldoli. Il tributo deve operare come mezzo di redistribuzione della ricchezza, “cioè”, e cito tra virgolette, “come elemento modificatore
della distribuzione della capacità di acquisto e delle possibilità di soddisfazione tra i membri della società”
.
“Nello stato moderno”, disse Vanoni illustrando il disegno di legge sulla perequazione tributaria, prima e fondamentale tappa della rivoluzione che meditava, “di fronte alla concezione che tutti abbiamo della società e del dovere primo del cittadino di dare la sua solidarietà all’ordinato svolgersi della vita civile… l’imposta non può essere intesa
che come l’espressione del dovere morale e civico, che grava su ognuno di noi, di concorrere al bene della società”.
Sottrarsi a questo dovere “assume le caratteristiche di una vera e sostanziale forma di anarchia, di una negazione delle esigenze prime della convivenza sociale”. e’ come disertare, sicchè “allo stesso modo con cui circondiamo di disprezzo il disertore che si rifiuta di difendere il proprio Paese di fronte al nemico, così dovremmo circondare di disprezzo l’evasore tributario, quando il tributo fosse equo”. Succedeva, invece, cito sempre Vanoni, “che si ha spesso la sensazione che l’evasione tributaria sia diventata un metodo di vita, un modo di agire contro il quale l’opinione pubblica
non reagisce e che il singolo considera quasi una forma di legittima difesa”
. E spiegò anche, Vanoni, perché la legge fosse intitolata alla perequazione tributaria. “Così”, disse, “si capirà subito lo scopo della legge, che è quello di pervenire a una distribuzione perequata del carico fiscale”.
La legge faceva perno sulla dichiarazione annuale unica dei redditi e sulla revisione delle aliquote e dei minimi imponibili. La dichiarazione era unica perché si riferiva a tutti i tributi, ricchezza mobile, complementare, sui terreni, sui fabbricati.
L’innovazione, la rivoluzione si svelavano in un rapporto completamente diverso in confronto al passato tra contribuente e amministrazione finanziaria, dunque tra cittadino e stato. Veniva capovolta la posizione cementata nei secoli che voleva il contribuente suddito del fisco, costretto a pagare imposte il cui ammontare era frutto di valutazioni indiziarie dell’amministrazione finanziaria o, nel migliore dei casi di accordi forfettari, un sistema che penalizzava i più deboli e che
alimentava un contenzioso nei cui meandri soltanto i meno sprovveduti erano in grado di avventurarsi.
Con la dichiarazione dei redditi era il contribuente che si raccontava e le sue asserzioni facevano testo sino a prova contraria, perché, sono parole di Vanoni, “la dichiarazione dei redditi non può essere variata dall’amministrazione se non vi è la dimostrazione dell’inesattezza delle poste contenute nella dichiarazione stessa”. L’imposta, insomma, non
era più imposta come aveva scritto Piero Gobetti. era, almeno in teoria, decisa dal contribuente sulla base della sua asserita condizione economica, delle sue entrate nell’anno. L’originale intenzione di Vanoni era così prodiga di fiducia verso il cittadino da ipotizzare sin dalla fine degli anni Quaranta una sorta di autotassazione contemporanea alla dichiarazione dei redditi così come avviene oggi. “Abbiamo creduto”, disse Vanoni, concludendo in Parlamento un lungo dibattito sulla
riscossione dei tributi, “che forse il nostro costume non avrebbe ancora tollerato un’audacia come questa di dire al contribuente: “Mandami l’assegno insieme con la tua dichiarazione”.
Il nuovo rapporto contribuenti-fisco così come era ventilato con la dichiarazione annuale dei redditi non poteva prescindere da un atteggiamento diverso dell’amministrazione finanziaria di fronte al cittadino. E Vanoni, come raccontò Gaetano
Stammati che era il suo capo di gabinetto, è lo stesso Stammati che poi fu più volte ministro e presidente della Comit, in un convegno affermò che sarebbe stato ben lieto di premiare quei funzionari i quali, lungi dall’approfittare dell’inesperienza
di qualche contribuente (per solito fra i più modesti cittadini) lo avessero invece avvertito dei suoi diritti nei confronti del fisco. La dichiarazione dei redditi così com’era voluta da Vanoni non si proponeva soltanto di costruire un nuovo rapporto tra il contribuente e il fisco, basato sulla fiducia reciproca. Puntava anche a un incremento del gettito delle imposte dirette, pur essendo state abbassate le aliquote ed elevato il minimo imponibile perché, essendo obbligatoria, doveva permettere di svelare gli evasori totali e perché il contribuente era tenuto a denunciare gli incrementi del proprio reddito anno per anno.
Prima il principio della dichiarazione riguardava non il reddito ma solo le variazioni di carattere permanente e poiché in caso di omessa dichiarazione del contribuente l’amministrazione finanziaria non comminava penalità ma si limitava
a compiere l’accertamento di ufficio, il principio stesso non era praticamente operante. Succedeva, insomma, che un reddito restasse uguale per anni di fronte al fisco: il contribuente, e il caso riguardava soprattutto il lavoro autonomo, non era tenuto a denunciare gli aumenti di cui aveva goduto, toccava all’amministrazione finanziaria l’eventuale scoperta e comunque non erano previste penalità. La rivoluzione propugnata da Vanoni e che doveva portare alla giustizia fiscale non fu molto compresa. Di sicuro, il ministro delle finanze fu assecondato dal parlamento che approvò le sue leggi o all’unanimità o a grandissima maggioranza. Furono gli italiani nel loro complesso a non comprenderlo, nonostante gli sforzi di Vanoni che percorse l’Italia in lungo e in largo per raccontare la rivoluzione che aveva in mente e i suoi obiettivi. e la colpa va attribuita
a chi aveva il compito istituzionale di divulgare, chiarire, spiegare. Mi riferisco ai comunicatori per professione, ai fondisti, ai notisti politici, ai resocontisti parlamentari, ai cronisti che non colsero, o non vollero cogliere, il primo e fondamentale significato della legge di perequazione tributaria, il nuovo rapporto che si voleva instaurare tra contribuente e fisco, l’obiettivo della giustizia fiscale, il senso morale della rivoluzione che s’iniziava. Quotidiani e settimanali preferirono ironizzare, fare satira su Vanoni e sulle sue leggi. Non a caso si parlò, e si parlava, di denuncia dei redditi e non di dichiarazione. Persino il Mondo, il grande e rimpianto Mondo di allora, il settimanale che sembrava avere come
missione la costruzione di un’Italia più moderna e civile, mostrò di non credere proprio agli sforzi riformatori del ministro delle finanze. Scrisse Mario Pannunzio a proposito della dichiarazione dei redditi: “Se questo stato di reciproca confidenza e fiducia si crea, se malgrado l’indole e l’abitudine del popolo italiano le denunce saranno veritiere e gli agenti del fisco ci crederanno, allora la riforma avrà raggiunto il suo scopo senza bisogno di ricorrere alle pene detentive, ma se il successo della riforma dovesse essere calcolato sulla minaccia della prigione, ci si ricordi che si può arrestare un ladro solo se vi sono al suo fianco almeno novantanove onesti, ma non si possono arrestare novantanove ladri se al loro fianco c’è un solo onesto”. Quanto sia stata incompresa la rivoluzione voluta da Vanoni si può comprendere dai tanti libri che raccontano l’ultima storia italiana. Si è puntualmente dedicato più spazio, molto più spazio, alla lotta tra le correnti democristiane o allo scandalo Montesi che alla riforma tributaria. Come, del resto proprio Vanoni aveva previsto. Intervistato, nel maggio 1954, da Indro Montanelli, lamentò che “in Italia i giornalisti sanno soltanto della Caglio e di Capocotta”, come dire dello scandalo Montesi che allora trionfava su tutti i giornali. “Le cose serie”, concluse, “le ignorano tutti”.
Si perse, non affiancando Vanoni nel suo slancio ideale, una straordinaria occasione per costruire gli italiani, per avvicinarli allo stato, per farne cittadini veri, autentici, cittadini a tutti gli effetti, per fare di questo paese una nazione. Se ancora oggi l’evasione è un problema così grande che in ogni proclama elettorale è sbandierata, puntuale, la lotta alla evasione, se la giustizia fiscale resta un sogno e se è l’egoismo a dominare, qualche responsabilità va cercata anche negli anni Cinquanta, quando nacque quella riforma che prometteva, e poteva dare, la giustizia fiscale e pochi, pochissimi si sforzarono di far comprendere agli italiani che se la riforma si fosse realizzata veramente sarebbe nato un paese diverso, perchè è pagando le tasse che si dimostra patriottismo e non soltanto, come troppo spesso oggi avviene, cantando l’Inno di Mameli.
Rivoluzionario, Vanoni, lo fu anche nella creazione dell’Eni, dai più attribuita a Enrico Mattei e soltanto a lui. In verità, l’inventore dell’Eni fu Vanoni. Vanoni aveva teorizzato prima sul Codice di Camaldoli poi ne La nostra via, l’intervento dello stato nell’economia. e sul Corriere della Valtellina, alla vigilia del primo appuntamento elettorale dopo la Liberazione, aveva scritto: “Noi non facciamo degli idoli né della socializzazione né dell’azione individuale: ma di fronte ai problemi concreti e alle concrete opportunità tendiamo a scegliere quella tra le diverse forme di organizzazione produttiva che promette di dare i migliori risultati utili per la società. L’intervento dello Stato e degli altri enti pubblici viene allora inteso non come fine a se stesso, ma come un mezzo per promuovere il bene comune nell’armonia degli sforzi, stimolando e coordinando le libere iniziative e collegando gli interessi dei produttori con quelli dei consumatori”.
L’eni fu una scelta in favore della collettività. Nacque per una precisa scelta politica, “di regolare ab initio”, come ricordava Stammati, “i problemi politici ed economici connessi allo sfruttamento delle risorse di idrocarburi esistenti nel nostro paese, o reperibili altrove” e per farlo nascere Vanoni, affiancato da De Gasperi, dovette combattere su più fronti: contro le destre, contro il grande capitale italiano e straniero, contro la Confindustria che aveva denunciato il carattere collettivistico dell’Eni, contro una parte della Dc e contro i socialdemocratici. Anche nel governo. Il Piano Vanoni era in realtà uno Schema, così l’ispiratore aveva voluto chiamarlo, perché in una logica di confronto con le forze politiche e sociali il documento era suscettibile di miglioramenti, di aggiustamenti, di contributi. ed era, nell’essenzialità, un documento sul quale erano definite le linee guida per il futuro. Perché dopo gli anni affannosi, convulsi, frenetici della prima ricostruzione,
di una crescita grande ma disordinata, Vanoni pensava fosse giunto il momento di fissare sulla carta che cosa fare ordinatamente tenendo come obiettivo la giustizia sociale e proponendosi dunque di eliminare totalmente disoccupazione
e sottoccupazione, i grandi mali di allora. “Credo sia chiaro ad ognuno di noi”, disse Vanoni, presentando lo Schema, “che l’Italia è ormai posta di fronte a un bivio: o essa saprà continuare a intensificare lo sforzo condotto nel dopoguerra per la sua rinascita e per la ricostruzione, o la distanza cogli altri paesi è destinata ad accrescersi ed il nostro destino potrebbe essere di cadere in condizioni quasi coloniali dalle quali non sapremmo più riprenderci”. Forse, con la sua continua proposizione
di cifre e di percentuali, lo Schema, che era stato preparato da Pasquale Saraceno era noioso ma nella sua essenza era illuminato. “Il documento”, commentò Eugenio Scalfari sull’espresso nato da qualche mese, “fa parte di quelle
rare eccezioni attraverso le quali il paese prende coscienza di se stesso, delle sue miserie, della distanza che ancora lo divide dai popoli più civili, dei sacrifici da sopportare per uscire da quello stato di minorità e raggiungere una condizione di benessere e di progresso”.
Lo Schema è forse il più spietato esame di coscienza che l’Italia abbia fatto e, pure, il piano più ardito e più lungimirante. e si svelava anch’esso come la riforma tributaria in una sorta di rivoluzione morale: chiedeva sacrifici in nome dell’interesse generale, impegnava tutti, indistintamente, per il bene comune. Forse per questo l’Italia di fatto lo rifiutò, mentre l’europa, attraverso l’Oece, organizzazione economica della comunità europea, lo fece proprio.
Certo, divenne documento di governo, ma la politica governativa non fu orientata alla realizzazione del piano e Vanoni non ebbe tempo e modo per battersi per un esito diverso. Morì poco più di un anno dopo. Non lasciando eredi politici.

 
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