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La fondazione Melazzini e l’Azione Cattolica diocesana in ricordo di Ezio Vanoni Interessante convegno dedicato alla figura di Ezio Vanoni
07/02/2006
Nel 2006 ricorre il cinquantenario della morte di Ezio Vanoni. Al compianto economista La Fondazione Melazzini e l'Azione Cattolica diocesana dedicano la giornata di formazione degli adulti di AC prevista per il prossimo febbraio, a Sondrio, in vista del Congresso Ecclesiale che si terrà a Verona in ottobre. La vita e l'operato di Vanoni saranno fulcro e ispirazione del convegno promosso dalle due organizzazioni che si ripropone di approfondire le tematiche legate al lavoro partendo dall'esempio di uno dei massimi esperti storici. La stagione, dopo la Liberazione, delle grandi riforme ha avuto proprio in Ezio Vanoni uno dei suoi protagonisti. Valtellinese di Morbegno Vanoni trasferì la sua fede nell'azione politica inseguendo la giustizia sociale. Nacque a Morbegno il 3 agosto 1903. Si laureò in Giurisprudenza nel 1925 a Pavia. Fu proprio negli anni trascorsi al collegio Ghislieri che Vanoni fece le prime esperienze politiche, accostandosi al Gruppo studenti Socialisti. Conseguita la laurea si dedicò totalmente agli studi e alla carriera. Nel 1926 vinse una borsa di studio per due anni di perfezionamento in scienze economiche all'Università Cattolica di Milano, mentre nel 1928 si vide assegnare una borsa di studio dalla Fondazione Rockefeller, per due anni di studio in Germania. Qui approfondì gli studi in scienza delle finanze e in diritto finanziario. In quegli anni maturò anche una concezione dello Stato come entità morale prima che politica. Nel 1930 ebbe l'incarico per l'insegnamento di Scienza delle Finanze e Diritto finanziario nella facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Cagliari. L'anno seguente, aprì a Milano uno studio come avvocato. Il 7 gennaio 1932, si sposò a Morbegno con Felicita Dell'Oro, dalla cui unione nacquero Marina (nel 1933) e Lucia (nel 1934). Dal 1932 Vanoni continuò ad inseguire la titolarità della cattedra in scienza delle finanze e diritto finanziario, ma incorse in pesanti insuccessi. Probabilmente Vanoni non si vide assegnare la cattedra perché non era iscritto al partito nazionale fascista, circostanza questa che lo relegò in uno stato di emarginazione e che gli precluse, per molti anni, qualsiasi ambizione di carriera. Dal 1933 al 1936 Vanoni ricevette l'incarico per la cattedra di scienza delle finanze e diritto finanziario alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma. Gli anni che visse a Roma furono molto importanti per la sua maturazione ideologica e politica. Conobbe infatti, Sergio Paronetto, la cui amicizia venne facilitata da Pasquale Saraceno, docente all'Università di Roma, dirigente dell'Iri e cognato di Vanoni e riprese a frequentare i vecchi compagni di lotta del Collegio Ghislieri. Fu grazie a Paronetto che, a Roma, Vanoni entrò in contatto con esponenti del mondo cattolico quali De Gasperi e Gonella che contribuirono alla riuscita di una vocazione politica che Vanoni aveva accantonato da tempo. Fu sempre Paronetto l'ispiratore della trasformazione di Vanoni da uomo di studio a uomo di azione e che gli fece riscoprire la fede religiosa. Conclusasi l'esperienza di insegnamento all'Università di Roma, dal 1937 al 1938 Vanoni insegnò su incarico all'Università di Padova. Nello stesso anno, per amor di carriera, aderì al partito nazionale fascista anche se subì come una vergogna la tessera che lo qualificava come fascista e non rinnegò mai il suo passato di giovane socialista. Fu così che nel 1939 vinse la titolarità della cattedra di scienza delle finanze e diritto finanziario, presso l'Istituto Superiore di Economia e Commercio di Venezia, Ca' Foscari. Tra il 1941 e il 1944 Vanoni partecipò, alla stesura del “Codice di Camaldoli”, documento di chiara ispirazione antifascista, in cui si affermava lo Stato come entità morale e la politica come scienza che tendeva alla realizzazione della giustizia sociale, rivolto a tutte le coscienze cattoliche che dovevano reagire alla condizione di torpore ideologico e di azione, in cui il fascismo le aveva trascinate. Il Codice nelle intenzioni originali era stato concepito come l'espressione di un grande coro, coinvolgente le più sensibili e giovani intelligenze cattoliche, in stretta comunanza con il Vaticano. Il Codice finì per essere il tabernacolo delle idee di quattro persone, Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Giuseppe Capograssi: i primi tre, per un singolare gioco del destino, tutti valtellinesi, tutti di Morbegno. Il concetto di "giustizia sociale" divenne un punto di raccordo fra i temi relativi alla vita civile e quelli relativi alla vita economica. Nodo primario era quello di integrare giustizia e libertà non attraverso un compromesso sui principi, ma come programma concreto, che tenesse conto dei legami tra i fattori di ordine economico e l'esercizio della libertà. La giustizia sociale si poneva, per tanto, accanto alla salvaguardia della libertà, tra i fini primari dello Stato. Il codice ispirò buona parte dell'attività politica di Vanoni. Dal 1943 iniziò la vera e intensa vita politica di Vanoni. Già nella Dc, fu subito nominato Commissario del dissolto sindacato fascista dei lavoratori del commercio. La nomina, seguita poi dalla firma dell'appello ai lavoratori per la resistenza al fascismo e alle forze tedesche di occupazione, fecero si che Vanoni vivesse in uno stato di clandestinità fino alla liberazione di Roma. Dalla liberazione di Roma al 1946 venne investito da numerosi incarichi: deputato per la Dc nell'Assemblea Costituente; esperto per le questioni economiche e finanziarie nella delegazione che, presieduta da De Gasperi, partecipò alla Conferenza di pace di Parigi; componente della Commissione dei Settantacinque per lo studio e la stesura della carta costituzionale. Qui Vanoni scrisse alcune delle pagine più esemplari del suo percorso politico, pagine significative di una autonomia di giudizio, la cui portata si colse soltanto parecchi anni dopo. In particolare, fece parte della commissione che doveva occuparsi dell'ordinamento costituzionale dello Stato e che, fra gli altri problemi, dovette affrontare quello dei poteri da attribuire al Presidente del Consiglio. Vanoni si schierò fra quelli che volevano ampi poteri al Presidente del consiglio, per fare del capo del Governo un vero e proprio primo ministro. Vanoni uscì sconfitto da quella battaglia politica e i poteri assegnati al Presidente del Consiglio furono quelli previsti dall'articolo 95 della Costituzione. Tra il 1943 e il 1946 pubblicò quattro contributi, espressione del suo pensiero sulla giustizia sociale: “La finanza e la giustizia sociale” (1943); “La persona umana nella pubblica economia” (1945); “Il nostro programma sociale” (1946); “La nostra via” (è il documento che più degli altri, racchiude il suo pensiero in merito al sistema politico ed economico migliore da adottare per realizzare una vera giustizia sociale). Una volta giunto al governo, Vanoni cercò di realizzare tutto ciò che aveva teorizzato nei suoi scritti. Fu ministro dal febbraio al maggio 1947, poi dal maggio 1948 ininterrottamente sino alla morte, nel febbraio 1956. Pur vincolato dalle condizioni dell'Italia e prigioniero di una formula governativa, il centrismo, in cui la politica economica era guidata dagli interpreti più convinti del più rigoroso liberismo, Vanoni s'incamminò lungo la strada che nei suoi progetti doveva portare alla giustizia sociale. Vennero così la riforma tributaria, la nascita dell'Eni e del sistema delle partecipazioni statali, la prima proposta di un piano di sviluppo. Alle 14,10 del 16 febbraio 1956, colto da malore mentre pronunciava un lungo discorso al Senato, Ezio Vanoni si spense a Palazzo Madama in presenza della moglie, delle figlie Marina e Lucia e della sorella Giuseppina.
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