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 Approfondimento
Interdipendenza umana e globalizzazione
La prospettiva etica dell'interdipendenza umana nell'era della globalizzazione

02/11/2005

Un antropologo non smette mai di porsi domande sul significato dei comportamenti e dei messaggi che la gente si scambia. E’ una parte importante del suo lavoro, quello di definire indefessamente cosa è la cultura, in presenza di culture diverse. Anzi da un po’ di tempo non va neanche a cercare le culture ‘altre’ (a parte che vengono da noi con l’immigrazione, e si meticciano, con buona pace dei puristi o dei razzisti), ma indaga sul senso delle cose che facciamo e diciamo qui da noi, avendo finalmente compreso che lo sfondo di oggi, ‘globalizzato’ appunto, è quello di molte e diverse culture compresenti sulla scala mondiale, e che la visione eurocentrica, per la quale si andava a fare ricerca sugli ‘altri’, rispondeva a una logica superba quando non xenofoba… Diventato antropologo del ‘vicino’, fa ricerca
perfino nel metrò (come recita il titolo di una nota operetta del nostro Autore). Pochi, però, hanno il coraggio di porsi domande per così dire ‘ultime’, come quella che anima questo lavoro del grande antropologo francese:
perché viviamo?
Egli tenta quindi di darle una risposta non ‘religiosa’, ma ‘laica’ (uso le virgolette perché il significato di questi termini è già troppo ambiguo). In sostanza: cerca una risposta non nel sistema di una ‘religione’ costituita, ma qui e ora, nella nostra società come si presenta, con le sue contraddizioni e confusioni, con le sue mille prassi settoriali che vivono di vita (senso) propria e separata. Una risposta semplicemente culturale, razionale o umana. La sua tesi è che (in occidente) abbiamo smesso di porci domande così inquietanti,
per agire quasi meccanicamente in un campo o nell’altro, abbiamo smesso di porci domande sui fini del nostro agire, ritenendo che esse siano di impedimento all’operare efficace… Concorrono pesantemente a questa in-coscienza diffusa l’illusione di onnipotenza offerta dalla tecnica, la valanga di immagini che mostrano il virtuale come possibile, anzi come reale, una offerta consumistica che stordisce e fa perdere ogni senso della misura.Ma siccome l’uomo è malgrado tutto un animale simbolico e/o sociale, appena si ferma a pensare è colto dall’-horror vacui, scopre un diffuso vuoto di senso complessivo, globale, della vita. E così rischia poi di trovare risposte improvvisate o paradossali, oppure ripiega su visioni magiche e anche ‘religiose’ tradizionali, in modo talmente acritico da parere nevrotico, se non paranoico.
Eppure secondo Augè, partendo dalla ‘lezione dell’Africa’ che ha studiato a fondo, la risposta non è né lontana, né difficile (difficile è però praticarla, abbandonare le abitudini inveterate). Essa sarebbe a portata di mano, semplicissima. Viviamo per(ché ci sono) gli altri!
E spiega. “Se si ammette che la vita individuale degli uomini non ha altra finalità che l’affermazione di sé attraverso le relazioni con gli altri” (fuori dalla società non c’è infatti umanità), allora è pensabile, per la prima volta in quest’epoca mondializzata, una nuova utopia planetaria, che “è una utopia dell’educazione, della piena occupazione e della sicurezza per tutti; è un’utopia necessaria e la sola che valga, con quella della scienza”, visto che anche la conoscenza appare come una finalità dell’umanità (ricordiamo Aristotele?),
al di là di una lettura banalmente pro o contro il progresso scientifico. E conclude: “La necessaria relazione con gli altri, l’impossibile
coscienza di sé [probabilmente nel senso di una ricerca che non può avere certezze conclusive – nota mia], la legittima aspirazione
a conoscere il mondo: all’interno di questo triangolo si è giocata la storia degli uomini, e si giocherà ancora domani… La società, l’individuo e la conoscenza sono tre finalità che definiscono la condizione umana. Ma sono finalità il cui aspetto asintotico ci è evidente, se pensiamo di avvicinarle”. In altre parole, un compito necessario, ma decisamente inesauribile… In una recente intervista lo
stesso Augé, pur ammettendo che potrebbe trattarsi di una prospettiva deformata dall’età, denuncia con forza gli impedimenti che il mondo contemporaneo, che pure apre questa possibilità, le oppone: una cultura di appiattimento esasperato sul presente, senza prospettiva
sul passato e sul futuro, l’arroganza del consumismo in un mondo di disperazione e miseria, la ‘dittatura dell’immagine’, realizzata nuovi media che sostituiscono il virtuale al ‘reale’, colonizzando l’immaginazione e distruggendo il simbolico che sta (solo) nelle relazioni interpersonali.
Ivan Fassin

 
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