|
La riflessione di Benedetto Abbiati Un forte stimolo a riflettere, interrogarsi e discutere per tutti coloro che operano nel mondo del commercio equo e solidale
02/11/2005
L'appassionata lettera di Alex Zanotelli ha costituito in queste settimane un forte stimolo per tutti coloro che operano nel mondo del commercio equo e solidale (CES) a riflettere, interrogarsi, discutere. Questo è ovviamente avvenuto anche nella nostra Provincia, dove sono presenti 6 “Botteghe del Mondo” stabilmente organizzate (a Sondrio, Chiavenna, Morbegno, Ponte Valt.,Tirano e Livigno), oltre a diversi altri gruppi che operano con continuità più o meno stabile. Gli spunti sollevati da Zanotelli sono molteplici, ma tutti ruotano intorno al dubbio che gli ideali attorno a cui è nato il commercio equo si siano in qualche modo annacquati o, peggio ancora, siano stati risucchiati dalla cultura consumistica dominante, perdendo quella che Zanotelli stesso definisce la”sensibilità politica”. Vanno intanto chiariti alcuni elementi. Il movimento del commercio equo e solidale, che in Italia è nato circa 25 anni fa (e per giunta, anche se pochi lo rammentano, proprio a Morbegno, ad opera della Cooperativa Sir Jhon), è stato suscitato proprio dalla consapevolezza, tutta politica, delle profonde e radicali ingiustizie che il sistema economico dominante infligge al cosiddetto “Sud del Mondo”. Allo stesso modo, però, è indispensabile ricordare che questo movimento è nato proprio da persone e gruppi che sceglievano un particolare modo di contestare questo sistema, non nelle piazze o attraverso la militanza nei partiti politici, e nemmeno attraverso la beneficienza caritatevole, ma attraverso la testimonianza quotidiana e concreta di un modo diverso (equo e solidale, appunto), di fare commercio, di fare economia, di fare consumi. Un modo particolare, che non è l'unico possibile, che può essere considerato più o meno valido, ma che sicuramente non pretende l'esclusiva del cambiamento dell'economia mondiale. Quindi, se è vero che, come dice Zanotelli, “il CES è nato non per mandare qualche soldo in più al sud del mondo, ma per far capire ai consumatori del nord che c'è qualcosa di radicalmente sbagliato nella filiera commerciale”, affermare che “ il CES è uno strumento politico per …. cambiare le regole del commercio internazionale” è forse eccessivo. Detto questo, e chiarito che indubbiamente, come per ogni movimento di critica, il rischio di “sedersi” e di farsi assimilare dal sistema c'è sempre, gli operatori del commercio equo hanno dovuto interrogarsi sulle domande poste da Zanotelli attorno al calo dello sforzo politico, al rischio del consumismo, ai rapporti tra CES e grande distribuzione, alla perdita di spazio per le relazioni umane, alla diminuzione di spazio per il volontariato. Le risposte che possono venire dalla realtà del commercio equo in Provincia di Sondrio, ma, per quanto possiamo valutare, anche nel resto d'Italia, sono chiare. Intanto non è così scontato che il CES prosperi a livello economico; al contrario, per la nostra esperienza, dopo oltre un decennio di attività volontaria (totalmente volontaria nella nostra Provincia, in larghissima prevalenza volontaria in tutta Italia), e sullo sfondo di una assoluta e totale assenza di fini di lucro per l'attività delle Botteghe del Mondo, a volte i soci si trovano a dover contribuire anche economicamente per far quadrare i bilanci che, come forse non tutti ricordano, si confrontano con le regole del commercio ordinario (fatture, scontrini, tasse, affitti, bollette, etc.). E questo non per dilettantismo o mancanza di professionalità, ma per la precisa scelta di riconoscere ai produttori condizioni commerciali eque e dignitose. L'esigenza delle “Botteghe del Mondo” di organizzarsi in consorzi deriva in primo luogo dalla necessità di garantire continuità strutturale ai produttori, alle loro famiglie, alle loro organizzazioni; sarebbe irresponsabile e criminale beffarci di loro acquistandogli un anno l'intero raccolto di thè (o l'intera produzione artigianale) e lasciandoli poi a terra l'anno successivo. E' chiaro che ciò obbliga a confrontarsi con l'intera struttura commerciale dei nostri paesi, ivi compresa la grande distribuzione, e comporta indubbiamente grande attenzione, patti molto chiari e “schiena ben diritta”. Questa scelta è condizione indispensabile per incidere e influenzare il mercato qui da noi, ma soprattutto per tentare di modificare le condizioni strutturali di sfruttamento dei produttori nel Sud del mondo. Lo stesso tipo di ottica vale per lo sforzo continuo che il mondo del commercio equo pone nello stimolare la coscienza critica dei frequentatori delle Botteghe del Mondo verso la sobrietà, la responsabilità, la consapevolezza dei meccanismi di sfruttamento, ed il rifiuto del consumismo: rivolgersi a dei consumatori nel momento stesso in cui “sono consumatori” è un'apparente contraddizione, ma l'alternativa è quella di parlare solo con chi già la pensa come noi. Chiamarsi fuori da questi meccanismi per proteggere la propria “integrale purezza” sarebbe una scelta elitaria, rischia di condannare ad essere inutili e sterili, e comunque non è la scelta del commercio equo. Il commercio equo e solidale, in questi anni, ha cercato di ricordare e di dimostrare che "un altro mondo è possibile" e sta cercando di realizzarlo, senza attendere rivoluzioni o stravolgimenti apocalittici, sia nello stile di vita quotidiano di noi privilegiati, che nelle condizioni di vita dei poveri del mondo, cercando di coniugare la presa di coscienza con i comportamenti concreti. L'assenza di qualsiasi obiettivo di profitto economico è oggi l'unico requisito che consente al movimento del commercio equo di poter sopravvivere e, insieme, la garanzia che, quando dovessero venire meno le motivazioni profonde e convinte per l'impegno delle persone in questa avventura, lo stesso commercio equo perderà la propria ragione di essere, si trasformerà in qualcosa di diverso o si autodistruggerà. Ma questo, sicuramente, i produttori del Sud del mondo non se lo augurano.
|
|