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Il nostro tempo deve ancora venire
Duecento anni dalla nascita di Alexis di Tocqueville, autore de “La Democrazia in America”

24/07/2005

«Dove potremmo trovare un motivo più alto di speranza, una lezione più straordinaria? Guardiamo all'America… » scriveva Alexis de Tocqueville nel 1848. Più di un secolo e mezzo dopo, senza volerlo, a Tocqueville ha risposto Carlo Azeglio Ciampi, qualche giorno fa: «L'Europa è il luogo eletto della speranza umana». E allora: America o Europa? La generazione di Ciampi aveva risolto il dilemma nel 1948 quando, calata la cortina di ferro dal Baltico a Trieste, scoprì che l'Atlantico era un lago interno fra due sponde, quella americana e quella europea: che si saldarono nel Patto Atlantico. Tocqueville aveva esortato cent'anni prima: «Guardiamo all'America non per tentare di fare una copia servile delle istituzioni che si è data, ma per avere una visione chiara di ciò che ha realizzato. Cerchiamo in essa non istituzioni da copiare, ma esempi a cui guardare: equilibrio dei poteri, vera libertà, rispetto profondo e sincero per il diritto degli individui». Furio Colombo ha posto queste parole a distico del suo saggio America e libertàDa Alexis de Tocqueville a George Bush, pubblicato in primavera da Baldini Castoldi Dalai editore, che noi scegliamo per ricordare i 200 anni dalla nascita del grande pensatore francese. «In queste pagine - avverte Colombo - mi domanderò se sia possibile che esista un'America immaginaria, un'America che ci siamo inventati per poter scaricare su di essa passioni, attese, speranze, odii, malintesi, accuse, leggende, per poterne dire tutto il male possibile e pensarla come origine di tutti i complotti del mondo. E, allo stesso tempo, vederla, descriverla, praticarla, frequentarla come il luogo nel quale si possono realizzare i sogni». Non si tratta di schizofrenia. Si tratta di contemplare l'abisso tra l'America liberal dei Federalist Papers e il medioevo teoconservatore in cui Bush e il suo movimento hanno precipitato il paese del sogno americano. «Il senso di questo libro - dice Colombo - è di togliere il sogno americano dalle mani di chi ne fa un totem di guerra da servire e a cui asservire, per restituirlo ad Alexander Hamilton, James Madison, John Jay, che scrivendo le Carte Federaliste nel 1786 hanno negato in anticipo la legittimità e la democraticità delle dottrine dei neoconservatori; e hanno visto subito da quali cattivi amici e pericolosi sostenitori del più vecchio reazionario spirito europeo la nuova America avrebbe dovuto stare lontana ». Un libro che guarda non al passato ma al futuro, se è vero che, dopo la guerra d'indipendenza, la conquista della “frontiera mobile” (il West), la guerra civile, l'abolizione della schiavitù, le guerre in America e in Asia contro la Spagna e in Europa contro la Germania, l'integrazione razziale, i New Democrats di Clinton e prima di lui i diritti civili di Martin Luther King (e di John F.Kennedy e di suo fratello Robert, tutti e tre ammazzati dai conservatori), se è vero quel che oggi afferma Ted Kennedy: «Il nostro tempo deve ancora venire». Quel tempo, che era stato scandito con sicurezza nell'arco di due secoli, da Washington, Jefferson, Lincoln, Roosevelt, Kennedy, Clinton, oggi è smarrito: un treno uscito dai binari. Sicché un economistapolemista come Paul Krugman definiva due anni fa Bush e il suo movimento teocon “un fatto rivoluzionario” rispetto all'ordine morale e politico americano, una controrivoluzione - diremmo noi «che non accetta la legittimità del sistema americano vigente, fondato sulla Costituzione. La gente alza la testa e dice: non è possibile, non giungeranno mai a ridurre talmente le nostre libertà dicendo che devono combattere il terrorismo. Non giungeranno mai a ingannare il popolo americano con false prove. E invece accade, perché questo non è il governo normale delle nostre leggi, della nostra Costituzione ». È un governo che trova interlocutori in Europa nella schiuma del concretismo reazionario, nel fior fiore dei poststalinisti, dei postfascisti, dei postliberali, dei clericali e dei liberisti in servizio permanente effettivo. «Leggo e apprezzo Krugman - con- fida Edmondo Berselli, direttore del Mulino, teorico di una democrazia fatta di regole e costruita dal basso attraverso procedure garantite, come quelle dettate agli americani nelle Carte Federaliste -. Lo leggo e lo apprezzo perché è un contestatore così vocale e sonoro del bushismo che è utile conoscerlo; ma non so dire se oggi l'America, con meno tasse ai ricchi e più Patriot Act per tutti, sia una democrazia meno democratica di prima. A parte l'evidente rafforzamento del solito complesso militare industriale, che fa pensare a un livello qualitativo inferiore di democrazia. Il punto però è che tutto il mondo occidentale è sottoposto a una sfida gravissima dal terrorismo nichilista islamico. Apprezzo Tony Blair - dice pure Berselli - quando promette che i terroristi “non cambieranno il nostro stile di vita”, ma sappiamo anche che quello “stile” è il terreno in cui può prosperare l'aggressore. E allora dovremo forse chiederci quanta libertà potremo cedere in cambio di quanta sicurezza». Per ora il conflitto è dialettico, tra l'idea procedurale della liberaldemocrazia, cioè delle regole ad substantiam, e il sostanzialismo dei “concretisti”, appunto gli ex stalinisti, gli ex fascisti e tutti gli altri “reazionari”, come li chiamava John Dewey, che «usano il passato come ostacolo a vivere il presente e a immaginare il futuro »; sicché qualsiasi vascello di passaggio nelle acque stagnati della reazione viene da loro spacciato come il Mayflower dei Padri pellegrini, dai quali nacquero, affrancati dalla loro grettezza puritana, i veri Padri fondatori. «L'Occidente - insiste Berselli, rispondendo al suo stesso interrogativo libertà o sicurezza - l'Occidente è diventato l'Occidente perché ha saputo darsi regole, concependo il sistema dei poteri e dei contropoteri come garanzia dei singoli, mai escludendo alcuno ma provando a recuperare tutti. Prima di rinunciare a uno solo di questi principi, nel governo, nella legislazione, nella giustizia, nell'informazione, nella sicurezza, dobbiamo pensare molto. Possiamo rendere più stringenti i controlli (abbiamo fatto leggi emergenziali contro le Br) ma non rinunciare a pezzi del nostro sistema». Dunque ha ragione Blair, che affermano «i terroristi non cambieranno il nostro stile di vita»; e così restituisce, sulla sponda europea dell'Atlantico, il loro significato alle parole americane uguaglianza, separazione e rispetto dei poteri, garanzia delle minoranze. Significato che hanno perduto, in parte, proprio sulla sponda americana. Al punto da far dire a Ted Kennedy : «Il nostro tempo deve ancora venire»: quando cioè avremo per noi “la democrazia tutta”, come rivendicava Martin Luther King, e non solo alcuni diritti inalienabili. Tocqueville aveva letto queste cose nella società americana e scritte ne La Democrazia in America. Proprio perché, a differenza dei Pellegrini che avevano creduto di poter costruire la terra di Dio, i Padri fondatori sapevano che avrebbero costruito un mondo imperfetto, vollero scrivere nella loro Costituzione princìpi altissimi; a cui - incalza Colombo - un secolo fa un altro grande americano, John Dewey, ispirò Democrazia ed Educazione, spiegando che solo nella scuola pubblica si possono affermare quei princìpi altissimi e così educare i futuri cittadini. La scuola pubblica americana è stata distrutta dalla televisione; e attraverso i video si sono fatte strada le mille sette che oggi alimentano il partito teocon di Bush e la sua controrivoluzione reazionaria. Motivo in più per fare dell'Europa, come dice Ciampi, il luogo d'elezione della speranza umana. Un luogo che potrà aiutare l'altra sponda dell'Atlantico a ritrovarsi.


Federico Orlando

 
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