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Iraq, immorale il gioco del "Vediamo che effetto fa" Si gioca con i sentimenti e con la coscienza del paese, con gli affetti di tante famiglie, con la credibilità nelle relazioni internazionali
26/03/2005
Dunque Berlusconi non cambia mai. Dice, poi si compiace degli effetti prodotti, poi si smentisce, poi nega di essersi smentito, poi insulta l’opposizione perché non sta al suo gioco. Dopotutto vi sono tanti giornalisti che dimostrano che è possibile stare al suo gioco senza (accorgersi di) perdere la faccia: prima esaltano la mossa del Cavaliere, scrivono coloriti retroscena sulla sua abilità nello spiazzare i suoi oppositori e nel creare una spettacolare lunga campagna elettorale in cui anche la commozione nazionale per il teatrale e scaglionato rientro delle truppe italiane “farà voti” e, quando arriva la smentita per ordine di Washington e Londra, si mettono a scrivere delle divisioni sul tema del ritiro nel centrosinistra. Sia chiaro non è regime, non stiamo parlando di regime informativo, giammai! Stiamo semplicemente descrivendo quarantott’ore di cronaca politica italiana, quarantott’ore a caso, le ultime, peraltro uguali alla precedenti e alle successive. Avremmo potuto descrivere quelle della pagliacciata delle dimissioni di Calderoni o della cronaca elettoralgiudiziaria alla regione Lazio. Ma la vicenda del «ritiro ritirato» (come l’ha definito Francesco Rutelli) ha un che di diverso e di ulteriore rispetto allo spettacolo di ordinaria miseria morale che ci viene propinato tutti i giorni. La guerra e la pace sono trascinate nel gioco delle battute, della freddure, degli scherzi, del “vediamo l’effetto che fa”. Si gioca con i sentimenti e con la coscienza del paese, con gli affetti di tante famiglie di soldati in apprensione, con la credibilità nelle relazioni internazionali, con la solidità delle parole che si pronunciano. Si gioca con la moralità della politica. Moralità è parola difficile e impegnativa che pronunciamo tutti con sempre maggior circospezione, per non dissiparla e banalizzarla. Ma è parola che non va rimossa dal dizionario della politica. Giocare con i temi della guerra e della pace è immorale. È immorale smarrire il senso del pudore che questi temi dovrebbero imporre a tutti. Ha ragione Romano Prodi quando indica nella moralità la linea di demarcazione tra la nostra concezione della responsabilità politica e la loro. Follini si arrabbia quando glielo si dice, ma è la verità. Non parliamo dei soldi, dell’enorme diversità di risorse impiegate dai due schieramenti anche in questa campagna elettorale, né della predisposizione alla corruzione degli uomini politici dell’uno e dell’altro campo. Parliamo di una cosa più sottile e più grande allo stesso tempo. Parliamo del pudore, dell’assenza del limite, della spavalderia del potere, del mercantilismo valoriale, dell’indifferenza etica per cui si fa, si dice e si crede ciò che serve. Non accusiamo certo in modo indiscriminato tutti i dirigenti della destra, la maggior parte dei quali sono persone per bene, non meno di quelli che stanno dalla nostra parte. Accusiamo un modo di concepire e di agire la politica che, appunto, prescinde dalle responsabilità etica. P.S. Mi attendo qualche insulto come replica, e qualche email bonaria di amici che mi mettono in guardia dal rischio di moralismo. Rispondo in anticipo dicendo che la “intimidazione moralistica” non può inibirci di discutere della moralità della politica, che so bene essere situata in primo luogo nella regola ma quando la regola è cancellata, si deve pur parlare di una situazione divenuta per questa ragione ancora più difficile.
Pierluigi Castagnetti
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