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Considerazioni, riflessioni, presa di coscienza di un percorso inevitabile ma che dovrà essere pieno di passione e generosità
di Mauro Del Barba

06/08/2007

Un partito nuovo nasce da una rottura insanabile
Servono politiche nuove per riformare profondamente un paese che fatica ad ammodernarsi e sta lentamente scivolando dai vertici alle retrovie dell’Europa. Serve una politica nuova per liberarci da ideologie, schemi e ricette di un passato ormai superato nei fatti e nelle idee
dei cittadini ed ora inutile. Servono politici nuovi, occorre uscire dalle anguste oligarchie di questi partiti che ad arte respingono il cambiamento con le cooptazioni nei propri organismi di soggetti che garantiscono la piana continuità e scoraggiano il cambiamento (quale giovane di buon senso potrebbe oggi pensare alla carriera politica?
A chi si dovrebbe ispirare, da chi dovrebbe apprendere, quale “scuola” potrebbe frequentare?). Serve un partito nuovo, che scaturisca dalle richieste quotidianamente espresse dal paese, dalle imprese, dalle famiglie, dalle coppie e dai singoli e non che origini dalla crisi di partiti vecchi che si devono perpetuare. Sarà questo il partito democratico?
Un partito nuovo nasce da una qualche forma di passione e lotta, da una rottura insanabile con il passato, da un superamento deciso di pensieri e tradizioni ritenute non più all’altezza, da archiviare tra le pagine della storia. Viene da una lotta, da qualche forma di ribellione. Il primo esempio di costruzione (anche se a tavolino) di partito nuovo è stato senza dubbio Forza Italia, scaturito dalla crisi della prima repubblica, che però trova la sua forza, ma anche i suoi limiti che probabilmente la porteranno alla crisi finale, nella sua
natura padronale. Anche la Lega è sorta con buona parte delle caratteristiche che giustificano l’esistere di un partito e si è identificata con la bandiera del federalismo/secessione al punto tale che quando queste bandiere vengono ammainate, o alzate anche dai suoi contendenti, finisce col perdere completamente la sua spinta ed è chiaro come la sua morte sia proprio indissolubilmente legata all’avvicinamento delle ragioni portanti della sua nascita.
Un partito nuovo non può nascere costretto dentro alleanze vecchie
Il dramma più grosso che un partito può conoscere è quello di non avere ricambi e di non sapere leggere la realtà che vorrebbe governare: il fenomeno della scollatura tra politica e società civile. Ed attualmente in Italia tutti i partiti conoscono in profondità questo dramma, compresi margherita e DS. Sarà la loro unione il partito nuovo di cui abbiamo bisogno? Stiamo riproducendo nel crogiuolo di questa fusione le crisi, le passioni, le lotte e le “morti” che servono per ottenere una lega solida e duratura? Oppure si sta perpetrando l’accanimento terapeutico di una classe politica che in altri tempi sarebbe stata decapitata e che ora mostra come gran vanto la riduzione dei rimborsi per viaggi di studio all’estero come cospicua misura di cambiamento? Un partito nuovo non può nascere dentro alleanze
vecchie, con dirigenze vecchie, programmi e parole d’ordine vecchi. Questo sarebbe un trasformismo poco interessante e destinato a durare non più di quanto sarebbero durate le precedenti forme organizzative: pochissimi anni ancora. Per questo motivo la fuoriuscita della sinistra DS va vista come un prezzo da pagare per il successo dell’operazione mentre il suo recupero sarebbe indice di poca chiarezza e mancanza di coraggio.
Un partito nuovo deve superare i grossi limiti della seconda repubblica e uscire dagli steccati imposti da Berlusconi
Recentemente il nostro paese ha conosciuto la cosiddetta seconda repubblica, caratterizzata dal bipolarismo all’italiana, dalla democrazia dell’alternanza e dalla sostanziale tenuta dei governi. Siamo riusciti a dimostrare che il miraggio della governabilità, ovvero governi che durassero più di un anno in media, non è in sé sufficiente per riformare un paese. Che l’alternanza all’Italiana consolida le oligarchie quando non le fossilizza (basti pensare al Berlusconi/Prodi 10 anni dopo!). Che il bipolarismo-gabbia determina l’immobilismo in intere zone del paese, spartite tra centro-destra e centro-sinistra che si possono addirittura permettere di governare male con la certezza di essere rieletti. Si pensi al lombardo/veneto in cui le forze che ispirano il partito democratico e che avrebbero molti contributi da offrire al governo di questi territori, sono di fatto marginalizzate e condannate dal loro marchio (centrosinistra) a restare mute ad osservare il malgoverno e spesso il malaffare, che come la gramigna occupa immediatamente il posto ceduto dalla partecipazione democratica.
Tutto ciò reca un danno alle famiglie, alle imprese, ai giovani. Avremmo bisogno di riforme, ma nessun governo, sia che abbia una maggioranza bulgara in Parlamento o che viva di un voto di scarto al Senato, riesce a compierle. Ed il motivo è semplice: manca
la politica. Manca un progetto chiaro, una proposta complessiva al paese. Ogni programma è frutto di ingegnose mediazioni costruite per controbattere il contrapposto schieramento. Ne consegue che, comprensibilmente, nessuna categoria sociale accetta di essere la prima a doverci rimettere sull’altare delle riforme. Ne consegue che i sindacati sono costretti a divenire un’organizzazione reazionaria onde evitare che, con l’aria che tira, si scelga di scaricare il peso delle riforme sui soli lavoratori. Ognuno coltiva il propri interesse, nessuno sa mostrare un interesse generale. Tutti sarebbero disponibili intimamente ad un cambiamento, nessuno vuole essere il primo o peggio il solo. Questa situazione di blocco in cui ci siamo venuti a trovare è sicuramente causata ad arte dall’abile discesa in campo di Berlusconi, da solo in grado di polarizzare gli schieramenti e congelarne i blocchi, traendone il massimo del vantaggio. Ma tutto ciò è reso possibile
da un fenomeno ben più grave e pericoloso: l’assenza della politica e la naturale tendenza dell’attuale classe dirigente a garantire la propria sopravvivenza in attesa di tempi migliori. Potrebbe infatti un tiranno suicidarsi nella speranza che gli succeda un governatore
più avveduto? Prima o poi questo sistema cederà, ovviamente. Ma forse dovremo aspettare che sia l’anagrafe a imporre il cambiamento.
Veltroni e Letta credibili rappresentanti del cambiamento, ma il nuovo è ancora lontano
Guardo a Veltroni e Letta cercando di cogliere il loro atteggiamento di fronte a questi temi. Vorranno incantare tutti, piacere a tutti, cucinare un polpettone per me indigesto, o sapranno indicare un progetto a cui tutti potremo approdare, ma solo attraverso il necessario superamento del passato, ovvero delle idee che ancora albergano nella testa di molti dirigenti politici? Saranno tesi a salvaguardare questo governo, questo bipolarismogabbia, o si cureranno di trovare alleanze generose sulle risposte ai problemi che intendiamo proporre? Sarà, insomma, un partito nuovo, capace di irrompere sulla scena attualmente denominata di centrodestra mettendo fine al berlusconismo, o un suo ennesimo vassallo pronto a scambiare qualche vantaggio in cambio della sua sopravvivenza? Veltroni e Letta hanno entrambi le carte in regola per cogliere il nuovo e rischiare. Non si può far loro una colpa di aver vissuto finora dentro questo sistema: non potevano certo fare politica sulla luna. Entrambi hanno saputo partecipare, apprendere e distinguersi. Loro hanno questa grossa opportunità in mano e, con Rutelli, possono rappresentare la novità. La novità, badate bene, che non sono e non possono essere loro. La prima e finora unica novità che mi sia capitato di incontrare è Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze. Dovremo aspettare ancora, quindi, ma non troppo. In conclusione: partecipare alla creazione del PD è un dovere per gli attuali esponenti di margherita e DS. Solo la generosità potrà accorciare i tempi di questo passaggio che sarà comunque inevitabile. Chi lavorerà per reiterare il passato potrà credere di riuscirci ancora per 5-10 anni: poi sarà deposto o spazzato via. Naturalmente. Opportunamente. Finalmente.

 
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