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Partito democratico, davvero
di Alfonsina Pizzatti

06/08/2007

Si può guardare in molti modi alla nascita del Partito Democratico. Dal punto di vista della capacità del governo di durare, dal punto di vista del dopo Prodi, dal punto di vista elettorale per consolidare un bipolarismo fragile e nervoso, dal punto di vista dell’agire politico
delle forme organizzate.
Si guarda con interesse al Partito Democratico perché convinti che il modo di essere delle forze politiche non sia più adeguato alla società e sia invece una delle cause dell’accellerato distacco tra politica e società stessa. Comunque la si guardi, la nascita del Partito nuovo sarà dunque un’inedita pagina di democrazia politica, un momento intenso che mescola nomi, storie, ispirazioni. La fase costituente, chiusa quella delle candidature alla segreteria nazionale il 30 luglio, entra ora nel vivo grazie a una competizione vera tra più candidati. Il duo Veltroni/Franceschini, Rosi Bindi ed Enrico Letta sono quelli che alla fine correranno veramente per la leadership. E con più nomi le primarie del 14 ottobre acquistano indubbiamente credibilità e autenticità. In questa fase, ma anche nei prossimi mesi, sarebbe un errore vedere la competizione come portatrice di ulteriore divisione, di disastri, le candidature alternative le une alle altre. Certo, la competizione implica anche la scelta, dunque la conta, ma deve prevalere il coraggio di mescolarsi senza quote e senza bilanciamenti di appartenenza, per arricchire, contribuire, spostare un metro più in là la discussione sui problemi.
La candidatura coraggiosa di Rosi Bindi, un Davide contro Golia e senza neanche la fionda, ha dato senso e spirito proprio a quella di Veltroni/ Franceschini che se fosse rimasta la sola in campo sarebbe apparsa come pura operazione di vertice, un’incoronazione a freddo. Se lo abbiamo chiamato Partito Democratico, dice Rosy, e questa è l’unica cosa sicura, deve esserlo davvero. Davvero vuol dire sul serio, non per finta, fino in fondo, non solo ad uso delle tivù e a vantaggio degli equilibri interni di partito, ma per le persone. Davvero significa
che questo è l’ultimo giro per noi, se no la gente si disamora del tutto e se ne va. Altrettanto forte e positiva, accanto al duo Veltroni/Franceschini e alla Bindi è la discesa nell’agone diretto di Enrico Letta.
Un giovane (41 anni) che si è presentato con un mezzo giovane (un videomessaggio sul web), che dice che dobbiamo riappropriarci del termine libertà, proprio dei democratici, che in questi anni ci siamo lasciati scippare da Berlusconi, che vuol discutere su che partito vogliamo, che Italia ci aspetta, che futuro vogliamo costruire.
Un candidato che esce in mare aperto e che spera che il Partito Democratico non sia un grosso calderone e basta ma che funzioni davvero, che produca una politica che decide: fatti precisi, concreti, scelte. Si sentono anche perplessità, dubbi. Al Nord soprattutto, dove il centro sinistra rischia la marginalità assoluta e dove si confrontano visioni diverse: un nord che scalpita e uno che indugia, un nord che chiede le mani libere e uno che resta unionista. E proprio il Nord sembra rappresentare la metafora perfetta del partito nuovo sul crinale tra la terraferma unionista e una navigazione in mare aperto.
I prossimi mesi saranno ancora più intensi di dibattito e poi di scelte. Perché la democrazia è decisione e se fallisce dentro i partiti è in serio pericolo anche nella società. Non sarà facile, ma se i candidati sapranno mettersi al servizio esclusivo della nuova sfida e contribuire, oltre alle mediazioni dei vertici dei partiti, ad una competizione vera, il percorso delle primarie diventerà ancora più bello ed intrigante.

 
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