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Ti sbagli, caro Pezzotta
A proposito delle recenti dichiarazioni di Savino Pezzotta sui cattolici e il PD, di Pierluigi Castagnetti

11/06/2007

Respingo la sentenza pronunciata apoditticamente circa l’assenza di spazio per i cattolici dentro il Partito democratico e, in particolare, per quella cultura sturzian-degasperiana che definiamo cattolicesimo democratico. Qual è il fondamento di tale giudizio? Quali i fatti, i documenti, le motivazioni che reggono un simile modo di ragionare, se di modo di ragionare si tratta? Io non escludo che ciò possa anche accadere, ma contesto che lo si affermi in questa fase in cui il Partito democratico sta definendo la sua forma e la sua identità e nulla fa pensare che la forma non sia quella di un partito plurale e l’identità non riconosca un riferimento reale e visibile alla tradizione del cattolicesimo democratico.

Io sono molto amico di Savino Pezzotta e lo considero non da oggi una delle personalità più autorevoli e interessanti del laicato cattolico italiano. È una premessa che devo fare non per giustificare la mia critica alla sua intervista apparsa ieri sul Corriere della Sera, ma semmai per far comprendere la mia sorpresa per i toni usati e per talune affermazioni eccessivamente drastiche. Respingo la sentenza pronunciata apoditticamente circa l’assenza di spazio per i cattolici dentro il Partito democratico e, in particolare, per quella cultura sturzian-degasperiana che definiamo cattolicesimo democratico. Qual è il fondamento di tale giudizio? Quali i fatti, i documenti, le motivazioni che reggono un simile modo di ragionare, se di modo di ragionare si tratta? Io non escludo che ciò possa anche accadere, ma contesto che lo si affermi in questa fase in cui il Partito democratico sta definendo la sua forma e la sua identità e nulla fa pensare che la forma non sia quella di un partito plurale e l’identità non riconosca un riferimento reale e visibile alla tradizione del cattolicesimo democratico. Cerco di interpretare la delusione di Pezzotta per talune disinvolture che si sono registrate in questo periodo che precede e prepara la costituente, ma ciò non può indurre nessuno a sentenziare una fine prima ancora che l’impresa sia avviata. Dopotutto Pezzotta non può non riconoscere che il tentativo di innervare l’ossatura di un partito dentro il corpo popolare vero, attraverso il metodo delle primarie aperte a tutti i cittadini “di buona volontà”, così come l’impegno a trovare punti di sintesi virtuosi tra posizioni culturali diverse, lo si fa solo da queste parti. E non è poca roba. Debbo peraltro dire che apprezzo molto la preoccupazione di Pezzotta di non dissipare la tradizione del cattolicesimo democratico, perché in alcune aree del mondo cattolico si ha invece l’impressione che questo sia diventato il vero avversario da combattere con ogni mezzo. Noi non siamo impegnati meno di lui ad evitare il “delitto” di una tale dissipazione, proprio perché non ci sfugge per niente il significato del dies familiae del 12 maggio scorso, e sappiamo bene che il cattolicesimo di popolo ha una grande forza mediatica e contrattuale, che per diventare anche politica deve però essere tradotta, oggi come ieri, da quella cultura politica che esso stesso ha generato che da Sturzo in poi chiamiamo cattolicesimo democratico. Ci sono infatti tanti modi di vivere la dimensione sociale del cattolicesimo: quello popolare, quello intransigente, quello gerarcologico. E tutti hanno influenza politica, ma perché si facciano politica occorre la traduzione nel linguaggio secolare e mediato che è proprio della politica. Della sollecitazione a tenere viva e probabilmente anche organizzata dentro il futuro Partito democratico questa tradizione, siamo grati a Savino Pezzotta e cercheremo di non deluderlo. E se lui si associasse a questo nostro impegno credo che gliene sarebbero grati non solo i cattolici ma anche i laici del partito. A lui vorremmo peraltro sommessamente suggerire di meglio calibrare i toni quando ciò può favorire l’accoglienza delle cose che stanno a cuore, come invitava a fare ancora una volta ieri, proprio nella pagina accanto alla sua intervista sul Corriere, monsignor Angelo Bagnasco. In questo senso un po’ più, non di di generosità, ma di oggettività, nel valutare la Conferenza sulla famiglia organizzata dal ministro Bindi a nome del governo a Firenze, aiuterebbe a capirci e a superare inutili polemiche. Non fosse altro perché è la prima volta in assoluto dal dopoguerra che un governo promuove un’iniziativa simile e assume impegni così poco generici sul tema della famiglia, senza che gli fosse stato richiesto da forze politiche, sociali o sindacali. Quanto poi alla questione antropologica che Pezzotta pone con tanta forza, e che anche per noi è centrale, vorrei che tutti ricordassimo che – per quanto è responsabilità della politica definirla – non si parte proprio da zero se è vero che il 12 maggio, per dare forza ai propri argomenti, un milione di italiani in piazza San Giovanni evocavano la Costituzione. Sì, nella Carta c’è una risposta non banale alla domanda posta. In conclusione, mi sentirei di dire che forse conviene a tutti concedersi una pausa nelle polemiche e, io penso, anche nell’esame parlamentare dei temi a valenza etica così forte. Almeno fino a quando il clima sarà un po’ più placato e adatto a riprendere un dialogo serio.

 
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