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Al nord l’Unione è viva ma non sta bene
di Giacomo Tognini

11/06/2007

Di fronte ai dati inequivocabili di una bruciante sconfitta elettorale, è fuori luogo tentare di minimizzare aggrappandosi ai risultati di Genova e L’Aquila o, peggio, a quelli di Taranto e Agrigento che sono esiti di trasformismi e segni di degrado della politica. Sarebbe un gravissimo errore perché vorrebbe dire far finta di non capire come, proiettati nei futuri confronti elettorali, i numeri di questi giorni prefigurano una sicura disfatta del centrosinistra che attualmente ha in mano le redini del governo.
Tentiamo di far diventare, la sconfitta elettorale una scossa salutare, cercando di capire i veri messaggi del voto. Bisogna anzitutto prendere atto che se il Nord abbandona il centrosinistra in forme tanto massicce, non solo nel Lombardo-Veneto, ma con dimensioni clamorose anche in Piemonte, e persino in Liguria, vuol dire che è un’intera immagine del governo a
essere bocciata. Dopo la sconfitta siciliana, qualcuno ha accusato la linea «rigorista » del ministro Padoa- Schioppa di esserne la causa. Ma, riferita al Nord, quella giustificazione appare risibile. Nell’Italia settentrionale non si punisce forse il governo per la ragione opposta? Chi non vota più per i partiti dell’Unione, o regala percentuali del 70 per cento all’opposizione, o addirittura premia la Lega davvero vuole punire il governo perché troppo di destra? O invece non ha percepito in questo governo una dipendenza eccessiva dalle sinistre estreme, e l’incapacità di capire e interloquire con i ceti
produttivi del Paese? Sarebbe solo illusorio poi sminuire la valenza politica di queste elezioni amministrative.
Perdere nelle elezioni amministrative per il centrosinistra è, anzi, ancora peggio perché la partita ha avuto luogo proprio sul suo terreno preferito, con un robusto radicamento territoriale e una qualità della classe dirigente locale complessivamente pregiata.
Perdere rovinosamente nel territorio è ancora più amaro. Dobbiamo allora capire che le troppe linee divergenti e usate in forme rissose depotenziano l’immagine del governo fino a livelli oramai preoccupanti. Il governo deve scegliere una linea,
difenderla, portarla fino in fondo. Se Tommaso Padoa-Schioppa indica una linea di riforma economica, una proposta moderna e innovativa sulle pensioni, la maggioranza lo sostenga, senza aspettare di ridursi a entità elettoralmente sempre più esigua, dalla Sicilia fino all’intera Italia del Nord. Dobbiamo anche prendere atto, dai dati elettorali, che il Partito Democratico sta nascendo debole, asfittico, in taluni casi (come a Taranto) perdente non solo con il centrodestra ma persino nella competizione con la sinistra «radicale». E’ ora di capire, da parte di chi vuole effettivamente il Partito Democratico, che è necessario trovare più coraggio e fantasia, e procedere più speditamente nella scelta di un leader che dia identità e carattere a un nuovo soggetto politico che non può restare acefalo e prigioniero dell’oligarchia romana. Oligarchia che non ha certo aiutato il Nord e la Lombardia in particolare. Solo un anno fa siamo stati terra di conquista dei nostri voti.
Hanno fatto eleggere da noi tanti personaggi, magari molto validi, ma che certo non sono stati capaci interpreti dei problemi che più toccano la sensibilità delle nostre popolazioni. La lontananza tra il Governo e il settentrione è cresciuta. La lontananza tra i governanti, il ceto politico di centrosinistra, e gli elettori è cresciuta. Non sappiamo più parlare alle nostre comunità di vita. I valori veri, le certezze e le sicurezze che le persone chiedono, abbiamo difficoltà a declinarli. Abbiamo finito, in certi casi, a dare più valore a problemi particolari che ai bisogni nuovi di tutti.
La sfida per il Partito democratico è di grande interesse. Non dobbiamo sfuggire a nessun problema, facendone un fatto puramente organizzativo o di biografie personali. Per chi vuole poi far vivere in questo nuovo soggetto i valori del popolarismo e del cattolicesimo deve sforzarsi di capire bene le nuove sensibilità del mondo di riferimento e riscoprire il dialogo, la traduzione concreta di principi e valori, nei programmi e nell’azione di governo, centrale e locale.

 
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