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Noi e Tarabini di Alfonsina Pizzatti
20/04/2007
Sul numero di gennaio di “Valtellina Autonoma” il periodico dei Popolari Retici il senatore Tarabini dedica una sua riflessione politica alla Margherita. In quello che egli definisce “un discorso colloquiale con gli amici della Margherita” ci pare di poter cogliere tre motivi veri e autentici di riflessione. Il primo motivo è il richiamo alle radici comuni di popolari retici e di una parte di coloro che oggi militano nella Margherita e cioè gli ex Democratico Cristiani. Tarabini cita Sturzo innanzitutto; e come potrebbe non essere così? Sturzo che definisce la libertà come un valore dello spirito che ci educa all’autoresponsabilità e all’autodisciplina e la identifica come veste morale per l’autorità, Sturzo che medita sul concetto di libertà e che dall’esperienza di sindaco di Caltagirone (1905-20) trae intuizioni profonde per teorizzare la libertà dal punto di vista del governo del territorio e intuisce, scrivendolo con forza, ai primi del ‘900, che l’uomo non è soltanto un singolo, un individuo, ma che è società nelle sue varie forme: la famiglia, le libere associzioni, i sindacati, i partiti politici, la comunità dei lavoratori, le cooperative, società che non si esaurisce nello Stato. Già allora gli era chiaro come questi concetti dovessero essere il punto di partenza per costruire le istituzioni. Concetti e principi tradotti poi dai nostri padri costituenti, soprattutto cattolici, nella carta costituzionale. E poi, la modernità di Sturzo si trova, molti anni dopo la sua morte, nel trattato di Maastrich che basa l’unione europea anche sul principio della sussidiarietà. La cultura che colloca l’uomo, o meglio la persona associata nelle formazioni sociali intermedie tra il singolo e lo Stato, e quella che pone in forma dialettica il rapporto tra Stato e territorio, tra Regione e Stato sono due tra le grandi intuizioni dei cattolici operanti in politica che hanno segnato la cultura del ‘900, che non sono morte con il finire di un secolo e non ci fanno parlare sulla base di identità e appartenenze sfinite, ma costituiscono, ancora oggi, temi e problemi sui quali si discute e a volte ci si divide. Quella di Sturzo era ricerca di autonomia dallo Stato ma non sfasciamento dello Stato unitario, un atteggiamento non negativo verso lo Stato ma favorevole ad uno Stato che aiuta, costruisce, non si limita ad esercitare un occhiuto controllo. Le sue autonomie, Sturzo le vuole costruire non contro lo Stato ma con lo Stato. ’autonomismo, la secessione o il federalismo proposti negli anni ‘90 dalla Lega nascono invece da una prima cervellotica “diversità etnica” per approdare ad una critica antistatalista. È sulla scorta di questa verginità politica che essa riceve, negli anni ‘90, il consenso di coloro che vorrebbero cambiare le cose. L’autonomismo di Sturzo è “per” quello della Lega è “contro”, quello di Sturzo è “solidaristico”, quello della Lega è “egoistico”. Il secondo motivo di riflessione riguarda la precisa motivazione della scelta politica dei Popolari Retici degli ultimi anni e l’ancoraggio appunto, anche nominale, del movimento ai due cardini del pensiero sturziano. Si potrebbe essere d’accordo se nonché Sturzo stesso 100 anni fa superò il municipalismo, nella visione del rapporto con lo Stato, per approdare ad un’articolata forma di regionalismo. Il suo percorso, senatore, ci è parso invece quasi al contrario una richiesta di autonomia in piccolo, dalla Provincia verso la Regione in un tempo storico in cui l’autonomia da lei rivendicata si è intrecciata e confusa presso l’opinione pubblica con la secessione, il federalismo, la Padania, richieste a gran voce dalla Lega. Ma se c’è un merito che pubblicamente le va riconosciuto, è che, con il suo movimento, lei ha sì governato con la destra, Lega compresa, ma non ne è confluito in un momento in cui essa era forte e al potere, ha intessuto una dialettica con Formigoni presidente della Regione, ha tenuto a freno la Lega, sua alleata, che come era quasi prevedibile, le hai poi presentato il conto. Ha mantenuto cioè autonomia politica. L’analisi delle vicende della DC da lei prospettata, che in parte non ritengo condivisibile, sarebbe utile e interessante da approfondire, magari anche pubblicamente, anche con altre persone che nella nostra provincia rivendicano con orgoglio di essere state democratico-cristiane. Forse, Senatore, potremmo rompere un tabù. Il terzo motivo di riflessione è l’invito esplicito che lei rivolge alla Margherita ad andare oltre e “cominciare a convergere sull’esame delle tendenze di fondo dell’attuale situazione politica su due fattori ricchi di implicazioni: la fine delle ideologie e un sistema elettorale fatto non per il ceto politico ma per il popolo”. Come non concordare? Il nostro orizzonte morale e intellettuale non è di quelli che grida subito “viva chi vince” e nemmeno quello di chi ribatte alle difficoltà dicendo “abbasso tutti” (salvo poi accomodarsi, come ha fatto la Lega, sulle poltrone dei più forti) anche se oggi si vive di pensieri corti più che di valori ravvivati con costanza e coraggio. Per dirla ancora con Sturzo il buon governo deriva dalla buona cultura e noi siamo finiti (come persone, come gruppi) quando non pensiamo più, quando siamo complici della censura e dell’appiattimento conformistico, così diffuso, ancor di più quando ci autocensuriamo. Mandanti di un silenzio che ci imponiamo per paura, per pigrizia, per interesse, a volte per paura di noi stessi. Concordo con lei: se il nostro è solo un discorso interrotto nulla vieta, anzi sarebbe quasi doveroso verificare se esistano le condizioni per riprenderlo.
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