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Sullo spirito e l’ideologia: lettera ai cristiani Il nuovo libro di Roberta De Monticelli, filosofa-teologa di origini bormine di Ivan Fassin
04/05/2007
Apparentemente un libriccino esile, questo della De Monticelli, per di più dal titolo sibillino, dalla copertina sobria e vagamente arcaicizzante. Ma non dobbiamo farci ingannare: si tratta di un libro di estrema attualità e di straordinaria importanza. Penso infatti che come è stato per me, così sarà per molti altri lettori: esso ha interpretato – con una voce pacata e riflessiva, ma non per questo meno indomita e insistente – le troppe inquietudini, e spesso l’insofferenza, per non dire l’ indignazione, motivate da alcuni avvenimenti recenti e più in generale da un certo clima culturale di questi ultimi anni. Impossibile riassumere un discorso così teso e conseguente: occorrerà proprio leggerlo, questo straordinario libretto. Qui al massimo si può invogliare alla lettura, o esortare a farsi coinvolgere in quella “riflessione e ricerca”, che l’Autrice indica nella premessa, due termini che ritornano come parole chiave in tutta l’opera. Questa è costruita su tre blocchi, diseguali per ampiezza e approfondimento, ma collegate da un filo logico profondo: vogliamo o no mantenere il principio dell’autonomia delle persone, la responsabilità individuale delle scelte, il rifiuto di un’etica formale ed eteronoma, che addormenta le coscienze e devasta il fondamento stesso della democrazia, il confronto delle opinioni? Una prima parte è dedicata al “caso Welby”, che ha fatto tanto rumore, strumentalizzato da parti diverse. Ecco l’ideologia che rinasce come un tentacolo: battaglie astratte, facilmente strumentalizzate per scopi di parte, che distruggono la verità e lo stesso linguaggio, mentre nascondono interessi ben concreti, logiche di potere, egemonie culturali. Se è vero che la persona si definisce per “la capacità di trascendere se stessi, che chiamiamo spirito”, commenta l’A., “quanta morte dello spirito in questa battaglia‘ per la vita’”. Ecco già spiegato il senso della prima parte del titolo. Una seconda parte assai più ampia, affronta l’argomento “ragione, fede e violenza”, a partire dalla famosa lezione tenuta da Ratzinger a Ratisbona. Il discorso si sviluppa attorno a un tema, che riprende quanto affermato nel finale della prima parte: che l’ ideologia sia “l’antitesi dello spirito, e insieme come la sua contraffazione diabolica che minaccia dall’interno ogni fede che si fa istituzione terrena”. Essa risponde infatti non a una logica di verità, ma all’esigenza di “condurre da qualche parte” o anche, più esplicitamente, a ”un bisogno di appartenenza comunitaria, a un senso di identità”. Ecco allora l’opposizione identitaria: noi e (o) loro, Europa cristiana e razionale contro l’Islam irrazionale?. La riflessione si sposta poi sul discorso tenuto a Verona, riguardo alla interpretazione delle vicende più recenti della civiltà europea, e sull’alternativa, delineata in quell’occasione, tra la ragione moderna, preda di una velleità di autosufficienza, e la fede, ovvero tra una ragione tutta strumentale e trascendenza. Donde la nota pretesa che si seguano, anche e soprattutto legiferando su certe materie, le “leggi naturali” iscritte nel cuore dell’uomo, salvo poi affermare che solo una ragione “retta” (cioè illuminata dalla fede) può vederle con certezza. Il resto sarebbe, dall’Illuminismo in poi, soltanto relativismo, nichilismo, anticamera del “tutto è possibile”… E dove finisce allora la possibilità di un dialogo e di una intesa con altre fedi, con altre visioni? La possibilità di una convivenza civile che non sia eterodiretta? Saremmo al fondamentalismo, alla teo-politica. E seguendo coerentemente il filo segreto di questi ragionamenti si comprende la preferenza, un po’ cinica, per la falsa obbedienza dei teo-con… Meglio dirsi cristiani senza esserlo, che esserlo senza dirlo,allora? Nell’ultima parte, dedicata al “disagio intellettuale: Fede e verità”, il discorso dell’Autrice su questa tematica ragione-fede si svolge con complesse argomentazioni che non possiamo seguire qui. Ma in estrema sintesi potremmo tentare di semplificare così: la filosofia, come dice il nome, ma del resto anche la “scienza”, o sono ricerca (della verità) o non sono. Certamente non si tratta di sicuro e men che meno definitivo possesso: ma questa inquietudine dello spirito non è certo relativismo, piuttosto in qualche modo un impegno etico che vive di vita propria, e non contraddice (alc)una fede, a meno che quest’ultima si metta in competizione, si proponga come una teoria compiuta sul cosmo o sull’uomo. Ma si sente dire che “se la scienza e la fede dovessero enunciare verità incompatibili, la scienza dovrebbe fare marcia indietro”: che è già come metterle sullo stesso piano, indicando una visione reificante della scienza, ma soprattutto una distorta visione della “fede”, il cui oggetto – la Trascendenza, appunto –dovrebbe stare sempre ‘oltre’ (non contro) la ragione. L’Autrice si congeda, ammettendo, senza alcuna vanteria, che “mulier non tacuit in ecclesia”: ma penso che molti di noi la ringrazieranno per aver dato voce al nostro disagio, alla nostra sofferenza… R. DE MONTICELLI, Sullo spirito e l’ideologia, Lettera ai cristiani, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007.
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