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Ma dove è finita la buona morte?
La riflessione di Don Battista Rinaldi

10/01/2007

Di questo passo, sì dice con il vento che soffia in merito alle questioni dibattute di eutanasia, rispetto delle volontà del malato, accanimento terapeutico e quant’altro, c’è il rischio che siamo condannati, in un futuro prossimo, ad essere utilizzati per verificare le possibilità delle diverse terapie e, tecnologie e se mai ci venisse voglia di rifiutare tale procedura correre il rischio che ci venga rifiutato il funerale religioso.
Vien voglia di gridare ‘Ma tenetelo questo funerale religioso! Se il prezzo da pagare è una sofferenza senza esito. Tenetelo se il funerale non è il pietoso rito di benedizione e di preghiera celebrato per una persona che in forza del Battesimo ricevuto è stata resa partecipe
della salvezza di Cristo, ma è considerato piuttosto il premio per i ‘buoni’ (leggi ossequienti alle opinioni dell’autorità), quasi anticipando il giudizio di Dio!
Tenetelo se per averlo è necessaria una sottomissione in tutto e per tutto a quanto qualcuno pensa in materie così dibattute e complesse.’
Sono comunque convinto di una ‘libertà’ di Dio che “non fa differenza di persone”; “che fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi” e che certamente riderà di alcune preoccupazioni pastorali, per cui la celebrazione di un funerale in condizioni particolari del defunto può essere ritenuta un cedimento alla fermezza dei principi e delle prospettive filosofiche o teologiche che si intendono far prevalere. Mi sembra invece di guardare con soddisfazione che attorno a questi temi il dibattito si sia sviluppato con un certo interesse. Laici, credenti, scienziati, politici e gente comune han tentato di dire la propria opinione con lo sforzo di manifestare motivazioni non banali, trovando un punto di incontro su cui dibattere e confrontarsi. Qualcuno ha osservato il rischio di una posizione tutta ideologica nella distinzione sofisticata tra eutanasia attiva e passiva; altri hanno espresso la convinzione che i risultati tecnologici non costringono ad essere applicati sempre se diventano accanimento terapeutico; altri ancora hanno messo in guardia contro il rischio di scelte che potrebbero essere dettate solo da interessi utilitaristici ed economici. Su un altro versante qualcuno ha richiamato la necessità di valutazioni caso per caso perché ogni storia personale non è assimilabile ad altre. Tutti comunque con l’intento di fornire riflessioni e prospettive che potessero servire anche in vista di una legislazione che da ogni parte si ritiene necessaria e urgente.
In particolare ho apprezzato chi ha osato affermare di proibire il meno possibile, senza ridurre decisioni di questa portata a semplici formalità burocratiche. Anzi valorizzando queste opportunità per far crescere una seria riflessione sulla morte e il suo significato in rapporto all’esistenza e sulla maturazione di una volontà e di una opinione personale in merito a queste realtà; oppure chi ha timidamente espresso di avere sempre a cuore una grande attenzione per la cura del malato, ma in modo da non mai dimenticare le sue estreme volontà. E questo tra i fischi e i lazzi di qualcuno che forse ha pensato di rendere buon servizio alla verità.
Ancora una volta appare come tante proclamazioni di intento in difesa della dignità e sacralità della vita si rivelano poi del tutto disattente rispetto alla situazione concreta dei viventi. Specialmente in tutte quelle occasioni in cui la malasanità non induce nessuno o quasi – politico o scienziato o prelato che sia – a sollevare proteste in nome dei principi.
Mi vengono in mente le confraternite della ‘buona morte’ che in tempi addietro sono nate or qua or là in Valtellina e non solo. Lo scopo: quello di accompagnare i viventi in questo passaggio estremo in modo che chiunque vi andasse incontro ‘da vivo’. Ma dove è finita la Buona Morte? E come si dice in greco questa parola tradotta con ‘buona morte’?

 
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