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50 anni fa, il 16 febbraio 1956 in Senato moriva Ezio Vanoni Pubblichiamo un articolo di Arturo Tuia, apparso sul nostro giornale nel febbraio del 1966. Insieme a tante iniziative che segneranno quest’anno, ci sarà in autunno quella della Margherita, che organizzerà a Tartano un grande incontro nazionale.
07/02/2006
Dieci anni or sono, poco dopo il mezzogiorno del 16 febbraio, spirava, nell'ufficio del Presidente del Consiglio al Senato, EzioVanoni. Aveva, circa un'ora prima, concluso un suo intervento in aula, al banco del governo quale Ministro del Bilancio, ed il suo discorso aveva colpito i presenti per il richiamo costante ad operare in favore della povera gente, dei diseredati. Dopo qualche momento, avvenuto l'irreparabile, si comprese che il suo discorso era un testamento spirituale: inconsciamente presagio della fine il senatore della Valtellina aveva lasciato al Paese le sue volontà, proclamandole con voce talvolta bassa e stanca, tanto che rispondeva, a chi protestava, di scusarlo perché aveva perso le sue virtù canore, talvolta più robusta come alimentata da un fervore che voleva significare un monito, nell'aula solenne di Palazzo Madama. Eran poco più che le tredici allorché a Sondrio ed in provincia si sparse la voce che Vanoni si era sentito male al Senato. Non tutti, ma tanti sì, sapevano che le sue condizioni di salute non erano buone: il cuore gli dava dei disturbi e le sue visite all'amata terra natia si eran fatte da vari mesi più rade. Nel 55 una sola volta lo vedemmo a Sondrio ed appariva stanco. Ma la notizia giunta da Roma non ci sembrava grave, non ci sembrava anche perché non si poteva pensare che così, di schianto, il cuore di Vanoni cedesse a cinquantatre anni! Invece, nemmeno mezz'ora dopo, giungeva la tremenda conferma. Vanoni era morto! Confessiamo che ci sentimmo smarriti: come se avessimo perduto una persona cara, e, che non fossimo i soli a provare questo sentimento, ci fu l'atteggiamento di tutti. In ogni dove si parlava sommessamente, ed in tono sommesso si intrecciavano domande e risposte, chi chiedeva conferma di una notizia apparentemente incredibile, chi chiedeva particolari, chi voleva sapere anche cose che al momento potevano apparir banali. Poi si seppero tutti i particolari. Dopo una notte trascorsa in maniera non del tutto tranquilla, durante la quale aveva approntato diligentemente il testo del suo discorso, alle 10,30 prendeva la parola in Senato, tra Segni, presidente del Consiglio, e Saragat, vice-presidente. La vasta fronte pallidissima,la voce bassa, stanca. Numerose le interruzioni soprattutto dall'estrema sinistra e dalla destra. “Era una voce – scriverà un resocontista parlamentare poche ore dopo – che turbava non già per i suoi toni velati e pur fermi, ma per quello che di umano esprimeva in una materia di per sé arida quale quella economico-finanziaria”. Quando, per esempio, ha voluto rispondere al senatore monarchico Condorelli, che aveva accusato il governo di essere orientato a sinistra, Vanoni ha trovato accenti che hanno suscitato in aula un sentimento di commozione: “non c'è politica finanziaria più dura - ha detto – di quella che si proponga il rinnovamento sociale ed economico di un Paese com'è l'Italia: qualsiasi indulgenza sarebbe un ostacolo alla soluzione dei problemi di fondo del Paese. La politica del governo, sotto questo profilo, si traduce nel saper prendere a chi può, per dare a chi deve avere. Per questo dunque gli uomini dell'attuale governo sono orientati in senso sociale e quindi, come si dice, a sinistra”. E qui, dopo una pausa, sollevando il volto pallido come seguendo un'immagine, continuava:“ricordo un paese delle mie montagne. Un paese di millecinquecento abitanti collegato alle valli da una mulattiera lunga cinque ore di cammino.Mi si è sempre stretto il cuore nel leggere il nome dei morti in guerra, in quel povero paese, scolpiti in una lapide nella piazzetta, sono nomi di padri e di figli morti nelle due guerre mondiali, in Africa e nella lotta partigiana; sono nomi di fratelli, di zii, di nipoti, di cugini. Tutte famiglie tra loro imparentate, gente nata su quelle montagne. Perché sono morti? Perché erano umili incolti, semplici boscaioli taglialegna, non qualificati nei mestieri, e perciò venivano mandati in prima linea ed in prima linea falciati”. “Non possiamo dimenticare la situazione attuale del Paese. Non possiamo ammettere che ci si debba ricordare dei cittadini solo quando c'è bisogno di richiamarli alle armi e abbandonarli, poi, dimenticati ed isolati dal mondo”. Le parole conclusive non erano meno ammonitrici: “(il Governo) è convinto che non sarà mai possibile eliminare tutti i mali di questo mondo, ma è persuaso che ogni sforzo debba essere compiuto per andare incontro alle necessità di coloro che soffrono, dei disoccupati, dei sottoccupati,dei senza-speranza. Tocca al parlamento dire se questa opera dev'essere continuata o se altri debbano proseguirla”. Ansando il ministro Vanoni si sedeva: aveva parlato per circa un'ora. E rimaneva immobile al suo posto, le mani bianche sulla cartella. Segni gliele afferrava entrambe per congratularsi: le sentiva inerti, gelide. Allora lo esortava ad alzarsi e lo accompagnava fino alla sala riservata al Governo. Merzagora, dall'alto del suo seggio si accorgeva del passo vacillante del Ministro e sospendeva la seduta per un quarto d'ora. Nessuna cura, nessun intervento di illustri medici potevano porre rimedio all'irreparabile: munito dei conforti religiosi poco dopo un'ora si spegneva! Due giorni dopo il corpo di Ezio Vanoni giungeva per l'ultima e definitiva volta nella sua terra. Dopo aver sostato per ventiquattr'ore nella casa dell'anziana e fortissima mamma, riceveva, per le vie di Morbegno l'estremo saluto da migliaia di valtellinese giunti da ogni angolo della provincia. Così, prima che tutti lo lasciassero, Michele Melazzini lo salutava nel pomeriggio nevoso di quel 19 febbraio 1956: “Con l'animo ancora sconvolto dalla luttuosa realtà che ha gettato tutti noi nello smarrimento e nella costernazione, porgo a Ezio Vanoni l'estremo saluto della D.C. valtellinese. Dire di Lui in questo momento, non è facile: le parole possono sembrare e sono inadeguate ad esprimere la piena dell'amarezza che pervade l'animo nostro perché noi abbiamo perso, con Ezio Vanoni, la nostra Guida, il nostro Maestro, abbiamo perso il compagno di fede, l'amico ed il consigliere fraterno. E questo nostro dolore, questa amarezza non sono solo nostri ma di tutto il popolo valtellinese che lo amava e fidava in Lui. Egli era, per tutti, non solo lo studioso che aveva raggiunto mete eccelse, non solo il riformatore della politica fiscale, il supremo regolatore dell'economia della Nazione o l'ideatore di quello schema che deve ridare speranza ai disoccupati: Egli era qualche cosa di più. Non si spiegherebbe infatti come la Sua morte abbia portato tanto dolore in mezzo a noi quasi che il lutto fosse entrato in ognuna delle nostre famiglie se le Sue parole, semplici, pacate, non fossero state pervase da quell'affiato umano e cristiano che ha il potere di avvincere e conquistare gli animi. Sì, Ezio Vanoni avvinceva e conquistava i cuori per quell'ardore, contenuto e pur vivissimo, che lo spingeva verso gli umili, verso i deboli, per alleviare le loro miserie. Egli che, con la vastità del Suo ingegno, avrebbe potuto conquistarsi una posizione invidiabile e tranquilla, Egli ha preferito dedicarsi alla causa della giustizia, alla causa dei diseredati. Questo ha compreso il popolo e per questo l'amarezza della Sua dipartita è condivisa da tutti colori che lo hanno conosciuto. E solo oggi possiamo capire fino a qual punto Ezio Vanoni abbia servito questa causa. I superficiali, coloro che giudicano grossolanamente, vedono spesso nell'uomo politico solamente un essere votato alla notorietà e non sanno invece che, in moltissimi casi gli uomini politici e, specialmente i migliori, sospirano di poter tornare alla tranquilla serenità della famiglia, agli studi severi, alle occupazioni normali ma ne sono impediti da un sentimento che pochi conoscono, che quasi nessuno apprezza e che è “la tirannia del dovere”. “Sì la famiglia ha le sue esigenze e reclama una maggior sollecitudine da chi ne è il capo, ma la tirannia del dovere, sembra faccia tacere anche gli affetti più santi, il corpo si logorae si sfianca in un lavoro massacrante ma la tirannia del dovere fa tacere il dolore della carne esausta; il suo cuore batte a precipizio per le ansie, gli affanni, le preoccupazioni altrui nella lotta contro difficoltà, spesso insormontabili ma la tirannia del dovere fa tacere anche le fitte più lancinanti di questo cuore. “La tirannia del dovere, di quel dovere che noi e la Nazione abbiamo caricato sulle sue spalle, ha portato Ezio Vanoni al sacrificio supremo. Ci domandiamo a questo punto: che cosa Ezio Vanoni poteva dare di più alla Patria? In quest'ora di desolazione, non possiamo trovare conforto che nella Fede. Per questa Fede noi ripetiamo alla Famiglia dolorante le parole della speranza: la morte è un male tremendo che mutila le famiglie ma la Fede ci assicura che le famiglie mutilate si ricomporranno là nella luce di Dio. A noi, che di Ezio Vanoni siamo stati compagni nelle lotte, la Fede dà un ammonimento: Egli ci lascia un esempio di inarrivabile abnegazione, di fedeltà al dovere, spinto fino al sacrificio. Davanti alla Sua bara, mentre gli diamo una povera testimonianza del nostro amore e della nostra riconoscenza, mentre gli porgiamo l'ultimo saluto, gli promettiamo di far tutto quanto sta in noi, per non essere indegni di Lui”.
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