|
Qualche riflessione estiva in tema di turismo in Valtellina (e altrove) Il futuro del turismo nella diversificazione delle attività e nella pluralità di progetti
25/07/2005
Sono più di trent'anni che andiamo dicendo che il turismo, senza essere l'unico sbocco per l'economia locale, avrebbe potuto diventare (ed è poi effettivamente diventato) una componente importante, forse insostituibile, della economia locale. Peccato che non si sia ancora capito abbastanza che il futuro del turismo sta nella diversificazione delle attività, dunque in una pluralità di investimenti e di progetti, nella inventiva e nella organizzazione, e soprattutto nella cooperazione.
Si insiste troppo col turismo invernalesciistico: si sono svolti i Mondiali 2005 con gran clamore e grandi illusioni, ma poi assurde difficoltà di innevamento. Si sono investiti miliardi (troppi) nel potenziamento di stazioni e impianti di risalita e di innevamento, in poche località più fortunate. Ci si ostina a costruire impianti che portano sempre più in alto, magari sui versanti sud o esposti a sud (vedi nella zona del Sasso Nero in Valmalenco, vedi in Valle dell'Alpe in Valfurva), mentre la neve inesorabilmente, anno dopo anno, diminuisce. Così si consuma molta acqua per l'innevamento artificiale, andando a prenderla sempre più lontano, sottraendola ad altri usi, sprecando una risorsa preziosa… Perfino lo Stelvio, culla dello sci estivo, sta disperatamente tentando di spostare le attenzioni dei turisti dalle chine sassose e desolate che sono diventate le piste di un tempo verso percorsi pedonali ricchi di suggestioni naturali e storiche… Da altrettanto tempo diciamo che non bisognerebbe sprecare risorse ambientali e storiche non riproducibili, ma si continuano a vedere scempi notevoli, sul fondovalle, sui versanti, sempre più su. Con attività falsamente produttive (come le seconde case, spesso anche disabitate), con una edilizia sparsa e disordinata, con attività tendenzialmente incompatibili col turismo (industrie inquinanti, cave in quota, centraline idroelettriche, ecc.), con strade per automobili e fuoristrada perfettamente inutili (cioè dannose), quasi mai regolamentate, perfino dentro i parchi. E ancora, distruggendo la fisionomia di paesi talora dalle nobili fattezze (Teglio, Bormio), talaltra con un loro fascino rurale che non si è saputo conservare pur innovando. Il fondovalle, corridoio di accesso alle 'bellezze' della Valle, si presenta come una conurbazione confusa fatta di capannoni che formano un'unica 'area industriale', o piuttosto un supermarket periferico per le gite fuoriporta dei milanesi. Poi c'è Las Vegas (leggi Livigno) che ora corre ai ripari, inventa ogni sorta di attrazioni diverse, ma in fondo conta sempre soprattutto sull'appeal del carburante sottocosto. Ovviamente non siamo ancora riusciti a (farci) fare una strada decente come asse viario principale. Insomma non si è saputo prevedere, non si è saputo progettare, e ora siamo probabilmente a una resa dei conti. Non per screditare la piccola patria, ma devo dire che altrove, in molti luoghi che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni (in Italia, non nel paese delle meraviglie), ci si è svegliati prima, c'è in genere più attenzione (all'ambiente, alla storia, alla cultura), più inventiva (nel valorizzare i beni, spesso non straordinariamente superiori ai nostri), più organizzazione e collaborazione. Si potrebbe cominciare dalle piccole città delle Alpi, che si sono date da fare per diventare capitali di distretti turistici: Biella, Belluno, Rovereto, Trento, Merano, Bressanone, ecc. Poi si dovrebbe continuare con intiere vallate e comprensori. Ho visto che cosa si può fare con gli Ecomusei (che non sono solo musei della natura, ma del territorio, del lavoro e della storia locale) in Piemonte, dove la Regione ha costruito una rete straordinaria di iniziative locali. Si potrebbe pensare anche all'Abruzzo, che ha saputo fare dei parchi naturali una risorsa popolare (a differenza che da noi). Al Trentino, che è un laboratorio effervescente di intraprese intelligenti (e non si ripeta la solfa che “hanno i soldi”: il fatto è che sanno anzitutto come spenderli…). Ma per non essere troppo pessimisti, devo dire che forse qualcosa comincia a muoversi anche da noi, negli ultimi mesi. Ma con quanta fatica, con quale difficoltà a collaborare a una impresa che non può che essere collettiva, corale… Si è riusciti a sviluppare (con la Fondazione Bombardieri e con la Fondazione Credito Valtellinese) un Corso sul “paesaggio alpino”. Un tema che fino a qualche anno fa, a trattarlo con convinzione, sarebbe sembrato (da noi) un vezzo estetizzante. Ed è stato frequentato da moltissimi insegnanti, che si spera saranno diffusori convinti di una sensibilità più attenta presso le giovani generazioni. In un clima mutato, si è sviluppata l'interessante iniziativa di PROVINEA, che intende far riconoscere nel Patrimonio Unesco il singolare paesaggio dei terrazzamenti a vigneto, per salvaguardare dall'abbandono e dal declino una risorsa insostituibile, economica non meno che ecologica. Si è svolto un corso sul Turismo sostenibile e responsabile (promosso dal CESVIP): e ora un piccolo manipolo di giovani è pronto a farsi non solo propagandista di un' idea, ma fattivo operatore di innovazione nel campo. Ancora, a cura della SEV (Società Economica Valtellinese), con 'Stelline' del Gruppo CREVAL, ma col contributo di moltissimi attori, è in corso di realizzazione un progetto di raccordo e integrazione tra le numerose iniziative di inventario, recupero, valorizzazione della sentieristica escursionistica delle nostre montagne, non senza attenzione al contesto naturale, storico, culturale. Così forse, finalmente, un patrimonio immenso di percorsi del lavoro, del transito, del contrabbando, per non dire di quella grandiosa opera viaria costruita prima e durante la Grande Guerra soprattutto in Alta Valle, sarà sottratta al degrado e all'abbandono per essere reinserita in una attività turistica in forte sviluppo, quale un escursionismo curioso, attento, intelligente oltre che 'sostenibile'. Alla fine, due parole sul cambiamento culturale necessario. Bisognerà abbandonare una mitologia dello sviluppo che si misura a volumetrie edilizie, chilometri di strade, profitti rapidi, e presta scarsa o nulla attenzione alla qualità della vita, alla memoria del lavoro e della fatica spesa dagli antenati per costruire questo ambiente montano, alla rilevanza dei pur modesti beni culturali sparsi sul vasto territorio, cui danno significato e identità. Dovrebbe essere possibile incoraggiare anche da noi un turismo alternativo, ispirato ovviamente non alle mode e all'imitazione invidiosa, a rituali insensati e ripetitivi, ma a una ricerca di incontro con l'alterità, per allargare l'area della conoscenza di ambienti naturali e sociali, e la comprensione di gruppi umani non necessariamente esotici. Forse si imparerà a costruire occasioni di incontro e scambio non solamente all'insegna della polenta taragna o del canto popolare (che pure hanno una loro importanza), ma anche della cultura e delle arti (e non solo aristocratiche). Sarebbe importante anche solo studiare le pubblicazioni 'estive' delle Regioni Piemonte o Trentino-Alto Adige, per vedere la diversità di impianto, la ricchezza di proposte, la caratura media delle iniziative… e imparare. Così forse si riuscirà ad avviare, anche in un turismo ritenuto 'minore', uno scambio significativo di mentalità ed esperienze, e non quell' “incontro mancato” di cui scrive l'antropologo M. Aime in una sua recente pubblicazione, alludendo certo anzitutto all'insostenibile turismo esotico, ma non senza possibili riferimenti anche a tanta banalità nostrana.
Ivan Fassin
|
|