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A vent'anni dala morte di Athos Valsecchi Pubblichiamo un profilo politico a cura di Alberto Frizziero e un'intervista di ricordi famigliari al figlio Ermanno
22/07/2005
Nato a Gravedona nel 1919, Athos Valsecchi morì a Roma nel luglio 1985. La sua vita politica fu animata da passione e impegno, da forte presenza sui temi della vita provinciale, in primo luogo l'agricoltura e il BIM, che guidò con energia e spirito pratico fin dalla sua costituzione. Senso del dovere più che del potere, determinazione, consapevolezza delle proprie responsabilità; caratteristiche queste riconosciutegli da colleghi e avversari. In un lungo editoriale del 27 luglio1985 sul Corriere della Valtellina intitolato “Una vita per la politica” Giulio Spini scrisse tra l'altro: “la memoria della sua personalità e della sua azione rimane nel tempo e veleggia insieme alla storia della D.C. valtellinese e valchiavennasca, alla quale quarant'anni di attività indissolubilmente lo legano”. Giovane ufficiale degli Alpini Valsecchi presidente del BIM con il mitico segretario dott. Gavazzi
VENT'ANNI DOPO Ringrazio Alfonsina Pizzatti per avermi chiesto di ricordare il compianto sen. Athos Valsecchi nel ventesimo anniversario della sua prematura scomparsa, a vent'anni di distanza da quando lo accompagnammo al camposanto di Chiavenna. In quell'assolato e caldissimo pomeriggio, quando, giunti alla sua estrema dimora, ci aveva accolto il “sorel”, quel soffio insistente, freschissimo, quasi un ultimo messaggio. La ringrazio perché il periodo non è propizio a quel dovuto, significativo, ricordo che è stato fatto poche settimane fa per il compianto on. Libero Della Briotta, pure prematuramente scomparso poco prima del sen. Valsecchi. Immagino in autunno sarà Chiavenna a muoversi in tal senso. Quale ricordo? Facile ripercorrere le tappe “pubbliche” della sua vita. Va pure fatto, perché in quattro lustri si sono succedute le generazioni che è giusto debbano essere informate sui tratti salienti della storia patria che comprende e gli eventi e le persone. Lo faremo in sintesi per lasciare poi spazio alla memoria, di singoli episodi, scarsamente o per nulla noti, quello che serve per avere un caldo ricordo e non un arido epitaffio. LUI Valchiavennasco DOC, era però nato a Gravedona dove il padre faceva il pasticcere. Laurea in lettere. Ufficiale degli Alpini. Internato in Svizzera ove si trovò con Fanfani. Accolse con sorpresa l'invito che gli veniva fatto di dare una mano, non solo in termini di collaborazione ma candidandosi. Una campagna elettorale con una posta grandissima, quella del 18 aprile del 1948. Si dette da fare, andando spesso in giro in bicicletta per la sua campagna elettorale. C'era fra gli avversari qualche testa calda, fortunatamente qui da noi pochi, e così una notte, complice il buio, gli spararono persino. Lui diceva però che la mira non l'avevano presa, era solo un mezzo per spaventarlo. Non si spaventò. La DC aveva mandato a Roma una compagine di elevato spessore culturale. Il compito era immane: c'era da ricostruire tutto. Le generazioni di oggi non hanno neppur lontanamente idea di come fossimo ridotti. La tessera annonaria, per poter avere i prodotti alimentari (quando c'erano) durò parecchio dopo la guerra. Per anni i due-tre treni al giorno per e da Milano erano formati da una vettura e da tanti carri-bestiame, con i portelloni aperti e con panche fissate al pavimento. Ma non c'erano da ricostruire solo strade, ponti, fabbriche, case, ferrovie e quant'altro; c'era soprattutto da ricostruire moralmente il Paese e da reinventare una classe dirigente all'altezza dei problemi interni ma anche capace di reggere il confronto sul piano internazionale, già difficile per la scelta bellica. Catapultato dalle Alpi, più Lepontine che Retiche, a Montecitorio Valsecchi, che aveva al Senato e qui un eccezionale riferimento, Ezio Vanoni, si trovò subito a suo agio applicandosi con una ricetta di valore universale: studio, studio e ancora studio e poi, per avere risultati, olio di gomito, olio di gomito, olio di gomito.. Chi volesse scavare a fondo per una cronologia completa lo troverebbe oltre che nelle Commissioni parlamentari tradizionali (fu anche prima Vice e poi Presidente dell'importante Commissione Finanze e Tesoro) in una serie di organismi che si occupavano di CNEL, di danni di guerra, di commercio, di dogane, di Mezzogiorno e aree depresse del centro-nord. Anche in Europa (Assemblea unica delle Comunità Europee) e, ante-litteram, commissario per la vigilanza sull'Amministrazione del debito pubblico. Allora le cose, nonostante gli enormi problemi, funzionavano, ed anche il controllo. Basti pensare che fu solo al termine degli anni '60 che cominciò una brutta piega, per giunta allora ancora relativa visto che il debito pubblico superò i 10.000 miliardi (286 volte meno di oggi, in valore reale quasi un ventesimo rispetto ad oggi) intorno al 1970. AL GOVERNO Al Governo nel 1958 come sottosegretario al Bilancio, Ministro Medici, Presidente Fanfani, Poi nel 1959 alle Finanze, Ministro Taviani e Presidente Segni. Intanto Sindaco di Chiavenna, Presidente della Coldiretti provinciale, nel direttivo, di fatto Comitato promotore, dell'UNCEM, nel direttivo del Gruppo DC della Camera, poi sarà Presidente del BIM e, dal 1957, della Federbim e anche Presidente della Carlo Erba. Continua la presenza al Governo. Oltre le due precedenti citazioni altre quattro presenze: 1963 Moro I alle Finanze con Ministro Tremelloni, 1964 Moro II idem, 1966 Moro III alle Finanze con Preti, 1968 secondo governo Leone sottosegretario alla presidenza del consiglio. Poi i quattro Dicasteri. Agricoltura e Foreste (Governo Rumor dal 12.12.1968 al 8.8.1969), Poste e Telecomunicazioni (Governo Rumor dal 5.8.1969 al 27.3.1970), Sanità (Governo Andreotti dal 17.2.1972 al 26.6.1972), Finanze Governo Andreotti dal 26.7.1972 al 7.7.1973), PROMESSA MANCATA? No. Quanto sopra è infatti solo una sintesi. Un ricercatore puntiglioso e preciso per ricostruire il curriculum completo avrebbe bisogno di ben altro spazio… Forse ci vorrebbe qualcuno con la voglia di aggiungere alla pubblicistica provinciale un volume su di lui e sulla sua presenza in Valle. Ora alcuni episodi. Significativi. LA LEZIONE Saccheggio la mia memoria e il primo flash, anche visivamente rimasto impresso, è quello di una grande tenerezza. Nella sua casa di Chiavenna, con nell'atrio la splendida copia del Poseidon - avevo fotografato l'originale nel Museo dell'Agorà in Atene -, mentre stiamo parlando di alcuni problemi - ero segretario provinciale della DC ed ero nella Valle della Mera per una serie di incontri - arriva un fanciullo, vispo e garrulo. La mamma, la signora Marisa, fa un'apparizione ma il sen. Valsecchi vuol pensarci lui. In fin dei conti era professore di lettere e poteva cavarsela anche per cose da Scuole Elementari… E così si mette a fare i compiti insieme, con un fare insieme dolce e persuasivo, in modo tale che mi è rimasto bene impresso. Per inciso quel bimbo, mi pare allora con i capelli ricci ma non ci giurerei, vispo e garrulo - questo me lo ricordo bene - è l'avv. Francesco, oggi consigliere di amministrazione dell'ENEL. Passiamo a ricordi ministeriali. L'IVA? MARTEDÌ Siamo nel 1972. Devono uscire i decreti dell'IVA, la nuova imposta che sta per essere introdotta in Italia in sostituzione della vecchia I.G.E.. Il sen. Valsecchi ha già avuto modo di urtarsi con la grande stampa che vorrebbe la pubblicizzazione della nuova imposta con pagine sui principali quotidiani. La risposta è stata negativa, testimonianza diretta personale “Perché devo spendere 5 o 6 miliardi di denaro pubblico quando ho la TV gratis?” Il Ministro delle Finanze sta procedendo perché il lavoro è impegnativo, e darà i suoi frutti compreso l'innovativo reclutamento del personale su base regionale. Ogni cittadino da allora può andare a fare il concorso nella regione che vuole ma, se assunto, non può essere trasferito. Ciò per evitare la rotazione continua e lo svuotamento di certi uffici con altri che invece vengono sovraccaricati. Venerdì 22 dicembre lo scambio degli auguri natalizi con il Direttore generale. Valsecchi gli dà un arrivederci a martedì. Il Direttore fa anche gli auguri di buon anno. Valsecchi gli dice che tanto si vedono martedì. Il Direttore ribatte che martedì è, appunto, il due gennaio. Valsecchi lo corregge precisando che l'arrivederci è a martedì 26. Risposta: ma è S. Stefano. Lo so. Ma sono a Cortina. Anch'io a Medesimo. Il 26 prendiamo l'aereo, facciamo i decreti che il Paese aspetta e il 31 andiamo a passare l'ultimo dell'anno con le nostre famiglie… L'IGE in pensione, dal 1 gennaio l'IVA. Andò così. La sera in famiglia ad attendere la mezzanotte. Ma il primo giorno dell'anno Valsecchi fu in bassa Valle, in tre riunioni, mattino, pomeriggio e sera. Era sempre con la gente. Stava bene insieme con la sua gente. IL SINDACALISTA Siamo nel 1969. Ministro delle Poste. C'è il problema del contratto. Valsecchi chiama CGIL, CISL e UIL facendo presente che ha avuto 300 miliardi dal Governo. Inutile il rito degli incontri, delle pause, della mobilitazione e così via. I soldi sono quelli,vediamo di utilizzarli al meglio. Per la prima volta le cose vanno lisce, e in pochi giorni il contratto è chiuso aggiungendo in tutto solo 10 o 20 miliardi. Apriti cielo! Si scatena la bagarre degli autonomi. Valsecchi scopre che nelle Poste ci sono 700 sindacati, qualcuno con tre o quattro aderenti. C'è persino un Sindacato dei postini di Ostia. Non si spaventa neanche quando gli scioperano contro perché ha trasferito a Ostia, sempre in Comune di Roma, un usciere che non sapeva fare il suo mestiere. Fine marzo del 1970. Il Ministero Valsecchi passa le consegne a Giacinto Bosco, suo successore. Subito dopo il Direttore generale gli fa presente che fuori c'è il tale che gli vuol parlare. Il tale è il peggiore di tutti i sindacalisti autonomi. Valsecchi incuriosito è sorpresissimo quando quel tale, il peggiore di tutti, lo ringrazia. Anzi è venuto apposta per ringraziarlo. Qualcosa non quadra con i comportamenti precedenti e Valsecchi glielo dice. La risposta è illuminante: “Signor Ministro, io ho una base che porta avanti alcune cose. Certe volte cose campate per aria, ma il mio dovere è quello di portarle alla sua attenzione. Il suo dovere era quello di fare il Ministro e quindi di dire di no alle richieste non adeguate. Purtroppo con qualche predecessore che non voleva grane a domande incredibili la risposta era positiva…”. Quanti Ministri, Sindaci, assessori hanno adempiuto al loro dovere, a costo anche di impopolarità? LE PROMESSE DI MANSHOLT E IL NO DI VALSECCHI Terme di Caracalla 1969. Oltre 100.000 coltivatori diretti tengono la loro assemblea annuale, presente ovviamente il Ministro che è anche Presidente provinciale della organizzazione. C'è Sicco Mansholt già ministro dell'Agricoltura olandese e dal 1958 Commissario della CEE responsabile della politica agricola. Padre fondatore della PAC (Politica Agricola Comune), nel 1972 è stato Presidente della Commissione europea per 7 mesi. Prende la parola e disegna un futuro roseo per gli agricoltori con un mare di promesse. Valsecchi potrebbe far finta di niente, fare il suo discorso e via. Non è da Valsecchi. Niente furbate. A chiare elettere chiarisce che il Ministro non può avallare promesse che il Governo italiano non è poi in grado di mantenere. 100.000 persone fischiano. Continuerà a ripetere e noi d'accordo con lui, che serietà ed etica politica vogliono che si dicano le cose come stanno, senza, di fatto, ingannare nessuno. CAPORALE D'ONORE 1972. EUR, ufficio del Ministro delle Finanze. Cartella della firma. Valsecchi si ferma, guarda il Direttore Generale e gli chiede cos'è quel conto corrente. “Quello delle lotterie”. Il Ministro scopre che una parte degli utili delle lotterie nazionali vanno su un conto speciale del Ministero. Da anni vi affluiscono ma nessuno ne ha mai usato, e non sono pochi soldi. Al mattino c'è stato in visita il Generale Comandante la Guardia di Finanza che ha disegnato una situazione a tinte fosche: auto vecchie, mezzi navali obsoleti, un solo cantiere in tutta Italia (per cui una parte di questi mezzi per le riparazioni deve girare attorno alla penisola), niente mezzi aerei. Valsecchi tiene lì il conto corrente, chiama il Generale, si mettono al tavolo i tecnici. Compra 200 Alfa Romeo, mezzi navali nuovi, gli elicotteri Nardi, alcuni dei quali ancora in servizio, e sistema tre cantieri, alto Adriatico, Mar Ligure e Sud. Passa qualche tempo e lo invitano per ringraziarlo al Comando generale. Pompa magna, un battaglione intero schierato, invitati ad alto livello e la consegna delle insegne di “Caporale d'onore”. Valsecchi scoprirà dopo che questo riconoscimento - che lo parifica in grado al Generale di livello più elevato - non è affatto inflazionato: in tutto ne sono stati concessi quattro, di cui uno a D'Annunzio e uno a Mascagni che ha musicato l'Inno della GdF. La sua bara nel funerale è stata portata a spalle da un gruppo di finanzieri. Che onoravano il loro “Caporale d'onore”. NIENTE ALBERGO Al BIM, sede modesta che aveva colpito, così come l'altezza del Segretario dr.Gavazzi, Indro Montanelli che dedicò favorevolmente quasi tutta la terza pagina del Corriere della Sera all'Ente e ai suoi personaggi, c'era un imponente divano, passato dai locali a Palazzo Muzio a quelli in Via Nazario Sauro. Quando c'era qualche riunione che finiva la sera tardi, oppure c'era da tornare la mattina successiva a Sondrio, Valsecchi non se la sentiva di fare i 65 km con il suo Maggiolino. Dormiva a Sondrio. “Vai in albergo, vai al Posta”. No, dormo al BIM. Sotto il divano c'erano lenzuola e coperta. Perché far spendere soldi al BIM quando possono essere risparmiati?
Alberto Frizziero
Intervista ad Ermanno Valsecchi. Così ricordo mio padre: “VICINO A NOI NEI MOMENTI IMPORTANTI, SENZA IMPOSIZIONI, MA CON INSEGNAMENTI DI VITA”
Come era composta la vostra famiglia? I miei genitori hanno avuto 3 figli: io nato nel 1949 - Giovanna nel 1952 e Francesco nel 1964. C'è un salto generazionale quasi tra me e Giovanna e il terzo fratello e anche la vita familiare di noi due è stata diversa da quella di Francesco. Dove avete vissuto prevalentemente, seguivate vostro padre a Roma o lo aspettavate a Chiavenna? La nostra permanenza a Roma è durata quasi vent'anni. Ma mia sorella ed io, a differenza di Francesco, non ci siamo mai sentiti romani, né abbiamo mai parlato il dialetto romano, pur avendo vissuto in un'età in cui solitamente è facile assimilare il vernacolo del posto in cui si vive. Mia madre e mio padre usavano tra loro il dialetto di Chiavenna. A Roma ci siamo trasferiti definitivamente nel 1957 per stare più vicini al papà e per poter avere l'opportunità di frequentare le scuole superiori. A Chiavenna c'era fino alla terza media e chi voleva continuare era costretto ad andare in collegio, via dal paese. Che ricordi ha di Roma e di quel periodo in particolare, lei era un adolescente... Roma ci sembrava l'America. Avevamo una casa con il riscaldamento centrale a termosifone, invece della stufa a legna, avevamo la televisione (il segnale RAI a Chiavenna arrivò solo dopo qualche anno), avevamo il frigorifero e una lavatrice. Tutte cose che a mia sorella parevano meravigliose. Ma in Roma ci sentivamo delle persone di passaggio e non appena si poteva si ritornava in valle. Bastavano pochi giorni di vacanza per farci partire. Tanto che, terminata l'attività di parlamentare di papà, mia sorella ed io e nostra madre siamo tornati a Chiavenna. Sorte diversa per mio fratello più giovane di me di 15 anni, il romano della famiglia. Nato e cresciuto ed ora accasato nella città eterna. Vi sentivate di passaggio - lei dice - ma da chi era frequentata la vostra casa di Roma? La nostra casa era spesso frequentata da persone che giungevano a Roma dalla Valtellina. Mio padre era un punto di riferimento per quanti lo conoscevano e dovevano per qualsiasi ragione raggiungere la capitale. Diversi sposi che sceglievano per il viaggio di nozze Roma allora una meta in auge passavano da casa nostra. E ci portavano novità della valle. Poi quanti avevano bisogno per lavoro. Venivano si fermavano salutavano. Vita semplice che si ricorda ancora con rimpianto. I contatti di lavoro di mio padre, quelli politici, erano tenuti per lo più altrove. Da quando poi ebbe incarichi di governo come Sottosegretario e successivamente come Ministro aveva un ufficio con segreteria che curava i suoi rapporti. Per questo a casa venivano solo le persone di famiglia. Quando tornavate a Chiavenna qual'era il vostro rapporto con la cittadina natale? Quando tornavamo a Chiavenna in casa c'era un via vai maggiore di persone che avevano bisogno di una segnalazione per un posto, di un piacere, o anche di una parola di conforto. La politica di allora, sia come parlamentare che come sindaco, era fatta anche così. So che mio padre trattava gli argomenti con gli altri in estrema riservatezza, anche nei confronti della famiglia. Se noi venivamo a sapere qualche cosa erano gli interessati che ci informavano. Non certo mio padre. Quando poi, passati un certo numero di anni, divenuti più grandi noi e lui assunti incarichi di governo la situazione cambiò, subentrò molta più adulazione e falsità. Allora forse non ci sembrava così. Lo capimmo molto più tardi. Una volta finita la vita di parlamentare e perso il potere dovemmo notare grandi voltafaccia, specie di tante persone che sembravano così vicine e ossequienti. Talvolta quasi si evitavano i saluti. Molte volte nei tempi successivi ci capitava di commentare queste vicende che furono comunque grandi insegnamenti di vita e che tuttavia ci hanno formato. Con quali politici locali suo padre ebbe maggior frequentazione e lei in particolare di chi si ricorda? Non ho conosciuto Vanoni. Ne ho solo sentito parlare molto in casa. Fu anche padrino di battesimo di mia sorella. Sempre con grande deferenza. Spesso citato per sue frasi che evidentemente avevano colpito anche mio padre e che lo avevano formato. Ho conosciuto diversi deputati della Valtellina, colleghi di mio padre. Primo Buzzetti, Arnaldo Racchetti, Eugenio Tarabini e Italo Bellotti. Con alcuni di questi ci sono stati contrasti in seguito, ma per certi periodi ci fu anche tanta familiarità. Nella provincia di Sondrio la D.C. aveva la maggioranza assoluta per lunga pezza. Siccome la natura umana ha bisogno di contrasti c'era più opposizione, talvolta, all'interno del partito che con i veri avversari politici. Questo a mio avviso, visto con l'esperienza di oggi, ritengo sia stato un errore. Non accompagnò mai suo padre a manifestazioni politiche? Spesso ho accompagnato mio padre nelle sessioni di partito. Fui sorpreso dalla familiarità con la quale trattava il prossimo e veniva trattato. Non c'era sussiego o prevaricazione. Questo non vuol dire che non vi fossero discussioni anche violente e contrasti. Fa parte del gioco politico, ed allora di politica se ne faceva tanta. Ho accompagnato mio padre anche in diversi comizi che allora si tenevano la sera nei vari paesi in ogni campagna elettorale. Non aveva canovacci né tanto meno leggeva discorsi. Parlava a braccio ed aveva una gran dote espositiva. Sapeva catturare l'attenzione e teneva banco. Suo padre era laureato in lettere e fu più volte ministro della repubblica. Che cosa può dire di lui come “padre”? Mio padre ebbe un'infanzia di sacrifici, non di stenti ma di economia attenta ed oculata. Figlio di un pasticcere che, per lavoro, andava in giro per il mondo, senza la madre, fu allevato amorevolmente dalla nonna e da una zia. Poté studiare solo grazie alla sua volontà, attraverso borse di studio, arrivò alla laurea in lettere a guerra iniziata e subito dovette partire per il militare. Finita la guerra fu, da subito, impegnato in ruoli pubblici che non conoscevano tregua e per lunghi periodi durante la settimana era a Roma e nei fine settimana curava il collegio e il comune di Chiavenna. Non aveva hobbies, credo che non avrebbe potuto permetterseli e quelli che si iniziano nella adolescenza non poté praticarli. Questo non significa che lui mancò completamente alla famiglia, nei momenti importanti e per le decisioni cruciali ci era vicino, mai con imposizione ma piuttosto con insegnamenti di vita. Non abbiamo mai avuto con lui grandi divergenze. Sopra ad ogni cosa teneva a darci un buon insegnamento, un'ottima istruzione. La migliore eredità diceva. Ci sembra, in questo, di non averlo deluso. Passava per un uomo con carattere burbero, a volte sprezzante. Anche con voi? Era severo certamente ma anche molto amorevole e pieno di attenzioni nei confronti della mamma. Era uomo di fede ma senza eccessi, non mancava mai a funzioni di precetto. Di carattere burbero e aggressivo con gli avversari politici era sempre pronto a tendere la mano e a farsi in quattro con chi aveva bisogno. Anche lui, come ogni uomo, aveva le sue contraddizioni che, da figlio, così ho colto.
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