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La globalizzazione e la Pace
Conversazione di Don Tonio Dell'Olio, coordinatore nazionale di Pax Cristi

25/06/2005

La sera del 4 giugno, presso la Parrocchia del Rosario, si è svolto un incontro con Don Tonio dell'Olio, coordinatore nazionale di “Pax Christi”. Perché la riflessione sviluppata in quell'occasione non vada del tutto perduta, crediamo utile richiamarne alcuni spunti. Il relatore ha precisato fin dall'inizio che il suo discorso, secondo il tema proposto, trattava della pace sullo sfondo della globalizzazione, ma con un occhio sempre attento alla Chiesa e al suo ruolo di promozione della pace attraverso l'appello alle coscienze dei cristiani. Ha anzitutto affermato che la Pace della quale si parla, è Cristo stesso “Colui che ha fatto di due (s'intende: ebrei e pagani) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione” (Ef. 2, 14). E' a partire da questo dato fondamentale che si può guardare alla globalizzazione come si sta sviluppando, per verificare se sia o no a misura del disegno divino e dei bisogni dell'uomo… Per intendere appieno l'intenzione divina, fondamentali sono alcuni rimandi biblici. Quello a Genesi 2, 7: “nessuno lavorava il suolo… allora (Dio) plasmò l'uomo e lo pose nel giardino dell'Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. Ecco un criterio di lettura: quel che stiamo facendo nel mondo somiglia al 'custodire', o stiamo piuttosto devastando e degradando il mondo, e così tradendo il compito che ci è stato assegnato? Un altro rinvio è a Genesi 11, 4. “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura…e vi si stabilirono” Poi si misero a produrre mattoni cotti al fuoco, e si dissero “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. “Ma il Signore scese a vedere la città e la torre” e considerato il progetto e la volontà di perseguirlo, decise di “confondere la loro lingua” e di disperderli su tutta la terra. Si è parlato, a questo propsito, di tracotanza dell'uomo e di punizione divina: ma forse l'interpretazione è un'altra, afferma il relatore. Il tentativo di stanziarsi e costruire una città perfetta, contraddiceva, a quanto pare, il disegno divino. Che non era quello di una residenzialità statica, di una identità monolitica (“facciamoci un nome”!), di una omologazione totale (il sogno del 'totalitarismo'?), ma che voleva per l'uomo la diversità necessaria, la varietà e il pluralismo culturale (pur carichi di rischi, ma forieri di responsabilità), e anche l'esodo, il cammino nel mondo… E così anche nel Nuovo Testamento, la “Pentecoste”, che dà forma alla Chiesa nascente, non promuove una sola lingua umana, ma offre il 'dono delle lingue': l' “ut unum sint”, dunque, non è monocultura umana, non esclude affatto la diversità, non richiede un'unica liturgia… Forzare in direzione di una unificazione culturale, si chiami Occidente, democrazia o mercato, non sembra dunque rispondente ai disegni divini. Tanto più poi se l'unificazione avviene sulla punta delle spade (cioè, sotto i colpi di 'armi di distruzione di massa' del tutto simili a quelle che si vorrebbero sottrarre agli avversari). Ecco dunque che la globalizzazione che si realizza sotto i nostro occhi ha questo tratto di omologazione violenta, anche quando ha apparenze d'altra natura. Lo strangolamento economico rappresentato dal debito internazionale (a sua volta alimentato da uno scambio inevitabilmente diseguale, quando non dagli stessi 'aiuti umanitari' che hanno il veleno nella coda) è la spia che il disastro mondiale crescente non è una conseguenza indesiderata, un effetto collaterale, ma la sostanza dei processi in atto. Guerra commerciale e guerra guerreggiata nascono sotto lo stesso segno. Che fare? Non basta la solidarietà 'normale', una 'carità' anche generosa. Se non si tiene conto degli 'effetti sistemici' non si va molto lontano, si versa un poco di olio su ferite che noi stessi produciamo con il nostro tenor di vita, i nostri consumi. Vivere la carità oggi comporta allora un impegno politico riguardo alle cause dei guasti, e una azione ferma e puntuale su terreni mondani, seppure condotta con spirito evangelico. Questo non vuol dire necessariamente che non vi sia nulla da fare anche alla scala della gente comune, della quotidianità. Richiamandosi agli insegnamenti di don Tonino Bello, il relatore ripropone una triade di atteggiamenti non violenti, ma efficaci: • rinuncia (la coerenza quotidiana, individuale, nell'evitare i consumi e le scelte che aggravano lo stato del mondo); • denuncia (la capacità di alzare la voce, di formulare una protesta, ricorrendo non alla violenza fisica, ma ad una forza morale, che nasce anch'essa dalla coerenza tra parole e azioni); • annuncio (la proposizione assidua di una speranza, di alternative, l'idea concreta che il mondo può essere cambiato dalle scelte umane). Ne discendono molte linee d'azione, piccole e grandi, locali e di più lunga gittata, che si possono combinare e rafforzare: una capacità attenta e continua di ascolto e dialogo verso tutte le diversità, lo sforzo di esportazione dei diritti umani e del lavoro, una informazione alternativa diretta a capire e far capire i veri meccanismi strutturali, e soprattutto forme di prevenzione riguardo agli aspetti più feroci e contraddittori (come la fabbrica di armi, tutta occidentale, quelle stesse armi che si vorrebbero strappare ai 'terroristi' ai quali prima le abbiamo vendute).


Ivan Fassin

 
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