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Una democrazia senza anticorpi La maggioranza al Senato ha riscritto in questi giorni, in poche ore, 57 articoli stravolgendo la nostra carta costituzionale. Ne parliamo con Nicola Mancino già Presidente del Senato
26/03/2005
«Il problema non è quanti poteri dare a Berlusconi, e nemmeno quanti darne a Prodi. Il problema è che le costituzioni devono durare nel tempo. Cosa sappiamo di quello che succederà in Italia in futuro? Crisi economica, depressione, conflitti sociali, isolamento internazionale, declino della politica: è uno scenario come quello che tra le due guerre rese realizzabile il progetto di un “governo forte” nel cuore dell’Europa e un po’ prima nello stesso nostro paese. Pur in presenza in Germania di una Costituzione democratica, quella di Weimar. Se ‘dovesse verificarsi un evento come questo, la nuova Costituzione non fornirebbe lo strumento legale per impedire la realizzazione di un progetto antidemocratico». Nicola Mancino, che di riforme si occupa non certo da ieri, alla vigilia dell’ultimo sì del senato alla nuova Costituzione prova a invitare la destra a guardare lontano, oltre i cinque anni di governo ai quali, inevitabilmente, sono riferiti i “patti” cui la Lega continuamente si richiama. E individua il pericolo che la destra non vede: la “dittatura della maggioranza” condizionata solo dal volere del primo ministro: in assenza di qualunque ruolo di garanzia del capo dello Stato, il primo ministro ha un potere di vita o di morte sul parlamento. «Nell’ipotesi di tre o più candidati al ruolo di premier, se nessuno prende più del 50% dei voti - che è il minimo da esigere in una legge elettorale - chi ha il diritto a governare? E chi risolve il problema della scelta?». È il tipico caso in cui la palla dovrebbe passare «a una autorità superiore, garante delle istituzioni e degli equilibri democratici». Ma il presidente della Repubblica quei poteri nel nuovo testo non li ha più: «Di fronte a una crisi insanabile dei rapporti politici, chi scioglie la Camera? Il governo, che è pur sempre parte? Nella nuova Costituzione non è riconosciuto al presidente della repubblica il ruolo di arbitro dei conflitti interistituzionali, di moderatore delle tensioni politiche, di alto e disinteressato consigliere delle istituzioni». Presidente Mancino, dopo mille progetti di riforma che miravano a rafforzare il governo scopriamo che bisognava fare il contrario? Resta forte la necessità di mettere il governo in condizione di realizzare il suo programma. Si è lavorato solo su questo versante. Il governo deve essere stabile ma non può rafforzarsi a danno del parlamento: con la riforma, se il parlamento starnutisce, il premier lo scioglie per paura di... prendersi il raffreddore. Vede, mi.si può obiettare che anche la commissione D’Alema formulò la proposta di’un premierato forte, ma diverso da questo, voluto dall’attuale maggioranza. Considero il progetto D’Alema frutto di un compromesso ambiguo, successivo all’irruzione della Lega nella commissione bicamerale: il compromesso partorì un sistema bicefalo con due legittimazioni popolari, a favore del capo dello stato e a favore del governo. Il compromesso non reggeva, era destinato a mettere uno contro l’altro. La mortificazione del parlamento intanto l’abbiamo vista già in atto in questi giorni al senato... Nessun parlamentare di maggioranza ha parlato, la Cdl non ha utilizzato i suoi tempi, che per tutti sono stati contingentati. È una patologia non nuova, il sordomutismo della maggioranza: non sente e non parla... Quindi lei ritiene giustificate le parole forti usate da Prodi. Quello della dittatura della maggioranza, ripreso dai costituenti americani, è un concetto. che anch’io uso da anni. Se la maggioranza precostituita è alla mercè del primo ministro, si può parlare di dittatura del primo ministro. In tutte le costituzioni democratiche ci sono meccanismi contro le possibilità di involuzione del sistema politico, solo in Italia non ce ne preoccupiamo. Prodi non ha accusato di niente l’attuale governo, ma essendo un uomo di cultura ha citato la Costituente di Philadelphia... Presidente, dopo il voto di oggi ci sarà una seconda lettura parlamentare, ma ancor più rapida e blindata. Non resta che il referendum. Dovremo fare una campagna elettorale a tappeto. Far percepire il pericolo derivante dall’assenza di un equilibrio tra i poteri, di un capo dello stato paralizzato, di un parlamento che può dare la sfiducia ma solo attraverso gli stessi parlamentari che fanno parte della coalizione del leader in carica. Molti temono che sia difficile impostare una campagna referendaria su argomenti così tecnici. Ma si può fare. Nel 1953 gli italiani hanno avuto paura della legge maggioritaria: perche? Non vollero dare vita a una maggioranza assoluta precostituita ne, al suo interno, a una ripetizione della maggioranza assoluta della Dc. Erano argomenti tecnici, ma vennero capiti, eccome. Un altro argomento forte, specialmente nel “suo” Mezzogiorno, potrà essere quello della devolution. Che è passata quasi nell’indifferenza generale. Eppure viola la prima parte della Costituzione, quella dei principi fondamentali, in due punti: articolo 2, sui diritti inviolabili dell’uomo; articolo 3, sulla pari dignità sociale e l’uguaglianza dinanzi alla legge. Si può immaginare una sanità erogata in maniera qualitativamente - non mi riferisco all’organizzazione - diversa tra Nord e Sud? O un programma scolastico distinto per regioni, senza la preoccupazione di unidentità culturale nazionale? Risposta classica della destra: anche voi, da soli, avete approvato la riforma del Titolo V Può essere stato un errore, io non l’ho potuto commettere perche il presidente del senato non vota. Ma chiedo: perche questa maggioranza che di certo non esita a usare la sua forza, non ha abrogato il Titolo V se non andava? Salvo ritocchi a favore dello stato e a danno delle regioni, l’ha invece conservato. Forse perche nel merito andava meglio del loro testo.
Chiara Geloni
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