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Un traguardo soddisfacente ma con riserva A proposito delle regole dell’Unione Europea su stabilità e crescita
26/03/2005
Poteva andare peggio. Per l'Italia e per l'Europa. L'accordo sulla riforma del Patto di stabilità e crescita è un traguardo abbastanza soddisfacente pur con alcune - non trascurabili - riserve e preoccupazioni per la sua futura applicazione. E questo vale sia per noi che per l'Unione nel suo insieme. Per tutti è di per sé positivo il fatto stesso che l'accordo sia stato raggiunto. Un risultato non scontato data la piega che i negoziati avevano assunto la scorsa settimana. È positivo anche per l'Italia, che sarebbe uscita dalla riunione dell'Ecofin come unica penalizzata se fosse stata accettata la proposta di dare più peso al criterio del debito pubblico. Per contro - ha ragione Romano Prodi - si tratta di un accordo al ribasso, è inutile nasconderlo. Si è cercato di non scontentare nessuno, limitandosi a tamponare in via provvisoria una situazione divenuta insostenibile. Si potrà sforare il parametro del 3%, ma temporaneamente; non saranno previsti scorpori di spese specifiche, ma si terrà conto di generici “fattori rilevanti”; l'alto debito sarà sorvegliato con più attenzione, ma non costituirà un elemento discriminante. Ma soprattutto mancano ancora veri incentivi a investire in ricerca e innovazione, strumento essenziale per ridare competitività all'economia europea e avvicinarla agli obiettivi di Lisbona. Le potenziali negatività della riforma sono differite alla fase di valutazione dello stato di salute dei conti dei paesi membri, cioè rimandate al momento in cui dovrà concretizzarsi la tanto evocata flessibilizzazione nell'applicazione del Patto e delle sanzioni previste. Il punto debole sta tutto nella mancanza di distinzione tra giudicato e giudicante, tra chi infrange le regole - il singolo paese - e chi è chiamato a farle rispettare - lo stesso paese all'interno del consiglio dei ministri. La tentazione di trovare accordi accomodanti fra paesi membri, di coprirsi a vicenda, di chiudere un occhio su sconsiderate manovre fiscali in cambio di malleabilità su altre questioni sarà sempre all'uscio delle future riunioni dell'Eco fin sul Patto, avvantaggiando ancora una volta i “grandi” con più strumenti e argomenti di contrattazione più forti. Si prefigurano però anche due possibili scenari più rosei: i paesi europei potrebbero applicare intelligentemente questa flessibilizzazione, avendo a cuore più l'economia europea nel complesso che i propri particolaristici e miopi interessi nazionali. Su questo non si può far altro che sospendere il giudizio e affidarsi alla lungimiranza dei governi che di volta in volta saranno chiamati a esprimere le proprie valutazioni. L'altra possibilità - più propositiva - è quella di non considerare questa riforma come definitiva, ma avere la volontà e il coraggio di fare un ulteriore passo avanti nella direzione di un rafforzamento dei poteri della Commissione. Solo la Commissione, ente terzo super partes, può essere il garante dell'equità dei giudizi. In questo coadiuvata dall'affidabilità, puntualità e standardizzazione degli indicatori delle “performance” economiche.
Enrico Letta
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