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Le radici ideali della Costituzione Italiana Incontro con Arturo Colombo in preparazione ai sessant’anni della liberazione partendo dalla convinzione che la nostra carta costituzionale non deve essere stravolta come si sta tentando di fare oggi con una riforma sbagliata.
02/03/2005
Nella sala della Banca Popolare, il 25 febbraio, l'incontro con A. Colombo, ben noto al pubblico sondriese, ha aperto il ciclo di conferenze pubbliche che va sotto il titolo generale “Salviamo la Costituzione”. La serie di incontri, che tocca i maggiori centri della provincia e diverse scuole, intende essere un invito rivolto alla cittadinanza a celebrare in modo diverso la prossima ricorrenza del 25 aprile, a partire dalla convinzione che la nostra Carta costituzionale, nata dagli uomini e dagli ideali della Resistenza, non va stravolta nelle sue linee di fondo, come si sta per fare oggi, con una riforma sbagliata. Per questo, diverse Associazioni locali, a partire dall'ANPI e dall'Istituto Sondriese per la storia della Resistenza e del Novecento, si sono riunite in un Comitato che rappresenta l'emanazione locale di una analoga iniziativa nazionale. Il relatore, noto storico dell'età contemporanea e brillante conferenziere, è partito dallo Statuto albertino, questa 'costituzione' benevolmente concessa da Carlo Alberto nel 1848, per misurare le differenze tra quel testo e la nostra Costituzione, nata giusto cent'anni dopo, e già in pericolo. Con una grande ricchezza di riferimenti storici e anche di aneddoti (una pratica rivendicata a ragione dal relatore come un modo per vivacizzare e rendere accessibili eventi lontani e poco noti) si è inoltrato nella vicenda della Costituente, ha parlato della sua composizione e soprattutto del metodo assolutamente corretto, rispettoso delle opinioni di tutti e lontano da settarismi e strumentalizzazioni che ha caratterizzato tutti i lavori, anche quando le opinioni politiche di fondo erano molto diverse e perfino in presenza di una grande crisi come quella del governo di unità nazionale. Soprattutto ha insistito sulle grandi novità introdotte in quella occasione: un Parlamento ricostruito e restituito alla sua dignità di grande assemblea democratica; il ruolo riconosciuto a una pluralità di partiti come strumenti di partecipazione popolare; la ripristinata divisione dei poteri e i limiti posti allo strapotere del Governo fascista… Ha poi passato in rassegna diversi articoli, soprattutto quelli iniziali, sottolineandone la forte novità rispetto non solo al costume politico del ventennio, ma anche a quello Statuto albertino che mostrava ormai i suoi limiti. Senza scendere nei particolari, si può ricordare il cambiamento profondo rappresentato dalla Repubblica, democratica e fondata sul lavoro (e non più sulla proprietà o su privilegi di casta), l'insieme dei diritti dell'uomo (e non solo come singolo, ma anche in quanto appartenente a formazioni sociali pre-politiche) e dei doveri connessi, i diritti politici, l'eguaglianza e la sua promozione attiva, i diritti 'sociali', al lavoro prima di tutto, i diritti delle minoranze, il riconoscimento delle autonomie locali (non un ambiguo 'federalismo'), i rapporti tra Stato e Chiesa (prima lo Statuto albertino dichiarava la religione cattolica come religione di Stato). Proseguendo oltre i primi articoli il relatore ha insistito sulla tutela del lavoro, sul lavoro della donna, sulla proprietà privata e pubblica, e sui limiti al suo esercizio, e infine sul 'ripudio' della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Un discorso pacato e fondato sui testi, senza risvolti polemici, ma tale da far misurare a chiunque ascoltasse la differenza tra il rispettare la Costituzione, uno dei migliori frutti della vita e della storia della nostra nazione, e il farne scempio in base a interessi particolari o a improvvisate velleità di riformatori senza senso dello Stato e senza remore. Chiudo con una domanda: com'è che abbiamo lasciato deperire la norma fondante del nostro Stato contemporaneo, un prodotto all'altezza del meglio della cultura giuridica e istituzionale europea? Forse non abbiamo fatto abbastanza, anche come educatori, per diffondere lo spirito della Costituzione, soprattutto non abbiamo saputo trasformare quella modesta cosa che è (era) l'educazione civica, introdotta tardi e male nelle scuole, in una pratica di civil education come si fa nei paesi anglosassoni, o in un punto di orgoglio nazionale come in Francia e forse anche in altri paesi europei, arrivati alla democrazia più tardi di noi.
Ivan Fassin
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