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Dal teatro Municipale «Nasce un bimbo, guardiamo lontano»
Nel confronto a più voci: l'impegno a sostenere giovani e donne, a favorire la natalità nel paese più "vecchio" del mondo «Nasce un bimbo, guardiamo lontano» Dal palco del Municipale un "coro" contro la vecchia politica

22/09/2007

La presentazione del libro di Enrico Letta “In questo momento sta nascendo un bambino” ed. Rizzoli.

Nasce un bambino e cosa gli si offre? La nuova politica deve prenderlo come unità di misura e guardare lontano. Partendo dal titolo del suo ultimo libro ("In questo momento sta nascendo un bambino", Rizzoli) Enrico Letta lancia dal palco del Municipale, di fronte ad un teatro gremito, lo slogan della sua campagna elettorale per la leadership del Pd.
Il bambino è tante cose insieme: è il «più grande partito italiano», il Partito democratico che si va a costruire, è un bimbo in carne ed ossa che reclama fin dal primo vagito una società accogliente modellata sui nuovi bisogni della famiglia, è anche il simbolo di una politica rigenerata, che supera il vecchio passo del "giorno per giorno", che non si limita a conti di breve respiro da «trimestrale di cassa» dirà Letta, ma guarda alla modernizzazione del Paese su una distanza di almeno vent'anni.
Municipale contro Lingotto, Letta contro Veltroni? Non è l'aria che tira sul palco tinto di arancione dove gli Enerbia intonano un canto dell'Appennino che racconta una proposta di matrimonio. Non c'è vera contesa. «Punto ad arrivare al 14 ottobre con un grosso risultato, ma per essere insieme dopo. Io e Pier Luigi (Bersani, ndr) saremo seduti accanto a costruire le scelte» promette Letta.
Il Municipale è colmo, in platea molti volti noti, dal ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro al vice-sindaco di Parma Elvio Ubaldi, artefice di un laboratorio politico del centrodestra, ad un riservato Michele Serra. Non scoccano scintille polemiche. Fra gli ospiti orchestrati dal giornalista del Tg3 Maurizio Mannoni prevale un "coro" fiducioso in una politica che sappia voltar pagina. Parla il ministro Pier Luigi Bersani, accolto da un'ovazione, che con Letta avrebbe potuto dar vita ad un rimpianto ticket per le primarie e con lui ha girato il Nord-Est e scritto libri, ma oggi sostiene Veltroni. Bersani dà subito ragione all'amico sulla caduta di natalità e avverte: «Non possiamo avere un ritmo di crescita e una politica dei consumi svincolata da un certo andamento demografico». Il governatore della Sardegna, Renato Soru, si interroga sul Paese che lasceremo ai nostri figli: «Potranno ancora godere delle cose di cui noi abbiamo goduto? Un pezzo di campagna dove si incontra un animale o si raccoglie un frutto?». Tocca alla presidente regionale di Confindustria, Anna Maria Artoni parlare di un'impresa che vuol riaprire un canale costruttivo con la politica, diminuire le distanze, riattivare fiducia su un comune Progetto-paese che consenta alle donne di conciliare vita, lavoro, famiglia: «Non possono restare fuori dalla cittadella dei diritti». L'altra donna, Mila Spicola, famosa per una lettera a Repubblica dove sosteneva che nel nostro Paese contano meno due lauree di un bel fondoschiena, oggi punta l'indice polemico su un'Italia in cui le donne vogliono riprendersi parola e rappresentatività, oscurando lo stereotipo imperante del velinismo. E c'è Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, che avrebbe preferito una campagna per le primarie meno focalizzata sulle leadership e più sui contenuti.
Forte è la sintonia fra Letta e Bersani, sul palco e nelle dichiarazioni a margine della giornata: dal nucleare, dove il ministro smorza i toni della polemica con Pecoraro Scanio (e anche Letta si schiera per una ricerca sul nucleare di quarta generazione), alle modalità di voto per il Partito democratico. Per Letta basta un euro per votare e non occorre essere iscritti, così la pensa Profumo, Bersani non sembra contrario, ma dopo il voto si dovrà pur prevedere un tesseramento per chi vuol partecipare, puntualizza. Il ministro allo Sviluppo torna anche a spiegare la scelta di non candidarsi. Non è per mancanza di «coraggio», ma per i problemi che avrebbe procurato alla «ditta», al Partito democratico e per come è decollata l'avventura che, par di capire, per «ragioni storiche» non ha generato tutto quel pluralismo che ci si poteva attendere. «Ma alla fine io ed Enrico siamo sugli stessi binari, con treni diversi». Il confronto avviene «in amicizia» e «gli avversari - assicura Bersani - sono da un'altra parte».

 
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