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La relazione di Maurizio Martina La relazione del segretario regionale Maurizio Martina all'Assemblea Costuente regionale
10/11/2007
“Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell'affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono”. Il 9 aprile del 2006, Enzo Biagi condensava in queste poche righe sul Corriere della Sera una storia professionale e umana che si è interrotta pochi giorni fa. E’ così che vogliamo iniziare la nostra Assemblea Costituente regionale, ricordando un uomo che ha fatto del suo amore per la libertà un grande esempio. Apriamo i lavori di questa assemblea con la consapevolezza che questo è un momento fondamentale per tutti noi. La nascita del Partito Democratico, segna, anche in Lombardia, una tappa cruciale, insperata fino a poco tempo fa. Il 14 ottobre scorso più di trecentosessantamila lombardi ci hanno consegnato una grande responsabilità. Quella di costruire un partito nuovo che, qui al nord, ha di fronte a sé una sfida decisiva: proporsi come forza di governo all’altezza delle aspettative di territori e cittadini che chiedono di essere accompagnati nelle trasformazioni che stanno vivendo. Stiamo parlando di territori che in questi anni hanno saputo reinventarsi e oggi competono nell’economia globale. Parliamo di persone che praticano ogni giorno il proprio desiderio di autonomia e faticano a sopportare lacune e lentezze della macchina pubblica e della politica. Persone che chiedono più libertà di fare, più libertà di muoversi, più libertà di progettare il proprio futuro. Questa è la Lombardia e a questa altezza si dovrà misurare il nostro progetto. Questa regione negli ultimi decenni è stata il cuore pulsante di novità politiche dirompenti: dalla nascita del localismo protestatario della Lega, al partito-leaderistico di Berlusconi. In questi anni, qui, la destra non ha prevalso solo dal punto di vista elettorale. Ha vinto una battaglia culturale nei nostri confronti, imponendosi socialmente oltre che con la forza dei numeri. Il partito democratico è la scossa che possiamo produrre per guadagnare il futuro e lasciare il passato. E’ lo strumento che i nostri elettori ci hanno offerto per muovere sul terreno dell’innovazione politica. Ha davvero senso assumere la discontinuità come tratto fondante di questo progetto. Una discontinuità che ci è chiesta non solo dai risultati elettorali ma anche, e forse soprattutto, dal mutare dell’atteggiamento che si è andato formando verso la politica e lo spazio pubblico. Noi sappiamo che il primo vero antidoto verso l’antipolitica e la demagogia è proprio la buona politica. Quella capace di riconnettere strumenti e fini, quella in grado di offrire decisioni certe in tempi definiti, quella attenta a ricostruire un rapporto positivo tra ciò che il cittadino da e ciò che riceve. Per questo insistiamo sulla strada delle riforme legate al titolo V della Costituzione, al Senato delle Regioni, alla diminuzione del numero dei parlamentari e ad una legge elettorale che riconsegni al cittadino la possibilità di scelta dentro un chiaro assetto maggioritario e bipolare. Per questo con i gruppi consiliari regionali dell’Ulivo e con i parlamentari abbiamo sostenuto l’idea che il Governo aprisse proprio con la nostra regione il tavolo sul federalismo differenziato oltre che quello sul federalismo fiscale. Generare efficienza nel servizio pubblico per noi risponde all’obiettivo di produrre nuova coesione in un paese che rischia la trappola di tante fratture: fra i territori così come fra i generi e le generazioni. Tito Boeri e Vincenzo Galasso hanno da poco firmato un libro dal titolo eloquente “Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”. Oggi in questo paese si spendono 3,5 euro per le persone sopra i 65 anni contro un solo euro per chi è sotto i trenta. Nel divario di queste semplici cifre è racchiusa una grande scelta politica che dovremo compiere. Hanno ragione gli autori. Occorrerebbe smetterla di ragionare come se “ogni generazione cominciasse solo quando tramonta la generazione precedente. Come se l’esistenza degli uni fosse indipendente da ciò che accade agli altri”. Questo modo di affrontare il problema ci ha impedito di capire che la vita delle nuove generazioni dipende in grande misura dal destino loro assegnato non da chi appartiene a un ciclo concluso, ma da chi vive in sostanziale concorrenza con esse. Serve la capacità di interpretare questa situazione e di produrre soluzioni forti. Non è certo accettabile che, in un paese moderno, le nuove generazioni siano le “generazioni dei perdenti”, quelli cioè costretti per la prima volta all’inversione di quella tendenza che, dal dopo guerra, ha visto migliorare le condizioni di vita fra padri e figli. Ecco perché è necessario un patto fra le generazioni. Oggi chi ha fra i 16 e i 24 anni continua ad avere un rischio di disoccupazione quattro volte più alto di chi ha più di trent’anni. Inoltre, secondo Eurostat, in Italia la retribuzione media oraria è tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. E’ aperta quindi da tempo una questione salariale che pone la precarietà di reddito come la prima vera emergenza da affrontare. Perché con 5 euro all’ora nessun lavoratore, atipico o meno, può fare molta strada. Ha davvero senso allora porsi il tema delle pari opportunità, della società aperta al merito, di un nuovo sistema di protezione per il lavoratore e non per il posto di lavoro. Ha senso allora investire sulla contrattazione territoriale per dare più peso ai salari, attivare nuovi ammortizzatori per quella metà di lavoratori non garantiti su cui si scarica oggi tutta la flessibilità del sistema. Sta nelle scelte della politica passare dal precariato stabile di oggi alla flessibilità equa di domani. Ed è proprio misurandoci con questi temi che metteremo al centro della nostra discussione il progetto del partito democratico per la Lombardia. Questo è uno dei territori più avanzati del mondo con eccellenze d’impresa e moderni strumenti di sviluppo come le fiere, i centri di ricerca, le università, gli istituti di credito. La prima chiave di lettura della modernità di queste terre sta innanzitutto nella volontà dei cittadini di essere padroni dei proprio destino. I dati dell'analisi di UnionCamere e Confindustria sull'andamento dell'economia lombarda nel terzo trimestre 2007 parlano di un'industria in continua crescita. La produzione manifatturiera è aumentata del 2,1% rispetto allo stesso periodo 2006, gli ordini interni sono aumentati del 5,8%, quelli esteri del 10,5%. Ma gli stessi dati parlano anche di un rallentamento, rispetto al primo e al secondo trimestre dell'anno, mentre la forbice con le altre aree competitive e trainanti dell'Europa si va via via sempre più allargando. La conclusione, come sostiene Alberto Quadro Curzio è che "se la Lombardia rimane la locomotiva d'Italia e una delle più importanti dell'Unione Europea, si tratta pur sempre di una locomotiva da sostenere, i cui motori necessitano di quel carburante che nella nostra regione sono le infrastrutture, notoriamente carenti". Occorrerà quindi continuare a battere il tasto della modernizzazione delle infrastrutture immateriali e materiali perché ancora oggi convivono, in questa regione, grandi innovazioni e pesantissimi ritardi. Pensiamo proprio alla carenza storica di infrastrutture per la mobilità. Ogni 10mila lombardi vi sono 13 chilometri di strade rispetto ad una media nazionale di 30 e l’accelerazione degli iter delle grandi infrastrutture, da Brebemi a Pedemontana, non scongiura ancora il rischio del collasso. Pensiamo all’insufficienza cronica della nostra rete ferroviaria e del trasposto pubblico locale abbandonato per troppo tempo dalle scelte politiche della regione. Oppure guardiamo al sistema aeroportuale lombardo che da Malpensa agli altri scali soffre la mancanza di un progetto strategico complessivo, capace di produrre sinergie e alleanze. La verità è che in questi anni di fronte al crescere degli spostamenti le infrastrutture e le reti della mobilità, pubblica e privata, sono sostanzialmente rimaste le stesse. Il rischio che il territorio perda attrattività è alto perché oggi più che mai le scelte di famiglie e imprese sono sempre più legate all’efficienza del sistema dei trasporti. Occorrerebbe una maggiore opera di pianificazione di sistema in grado di garantire procedure più snelle e meccanismi concertativi locali più avanzati con l’obiettivo di integrare fortemente tutte le modalità di trasporto. E proprio una strategia di sistema è urgente anche su altri due fronti cruciali: quello delle reti della conoscenza che vanno dalle università ai centri di eccellenza e ai poli tecnologici e quello delle politiche ambientali per le quali in Lombardia, più che altrove, è necessario adottare un vero e proprio “Piano d’azione per Kyoto” investendo soprattutto sull’efficienza energetica. Per i democratici lombardi sviluppo e coesione devono viaggiare di pari passo. Avvertiamo tutti l’urgenza di rafforzare la rete di protezione sociale nei nostri territori. L’affermarsi dei nuovi fenomeni migratori così come le dinamiche demografiche del paese ci consegnano la necessità di aggiornare gli strumenti delle nostre politiche di inclusione. Il passaggio ad un welfare promozionale, forte nell’autorganizzazione dei cittadini, è la chiave di volta per organizzare solide reti di solidarietà. Per rispondere in termini efficienti alle famiglie, agli anziani, alle giovani coppie così come alle forme di povertà che spesso si celano dietro ai dibattiti, talvolta surreali, sui nuovi ceti medi. Non si tratta di tornare al vecchio modello dello Stato assistenzialista. Si tratta invece di riconoscere, secondo logiche sussidiarie, ciò che c’è di pubblico oltre lo Stato. Quegli innovatori sociali a cui ancora oggi fatichiamo a riconoscere il 5 per 1000. Un approccio chiaro va certamente affermato anche sui temi della sicurezza. Sappiamo che non occorre la demagogia per risolvere il problema. Ma sappiamo anche che cittadinanza, sicurezza e governo dei fenomeni migratori sono temi inesorabilmente legati. Così come legalità e solidarietà. Spesso non basta richiamarsi al multiculturalismo per trovare soluzioni. E non ci può essere piena cittadinanza senza l’effettiva condivisione di regole. Per questo è giusto porre l’accento sull’idea una integrazione consapevole fatta di responsabilità, diritti e doveri. Io credo siano soprattutto questi i temi di una grande forza politica a vocazione maggioritaria. In una città come Milano giochiamo certamente la partita più delicata. Questa realtà ha bisogno di più cosmopolitismo e di più comunità. Ha bisogno di aprirsi al mondo ritrovando al tempo stesso i fili di un tessuto locale. Occasioni come l’Expo 2015 possono essere utili se si accompagnano ad un progetto strategico complessivo, ad una visione non solo economica e urbanistica ma anche sociale, ambientale e culturale della città del futuro. Il centrodestra sembra non riuscire a produrre questo salto di qualità. Noi dovremo essere portatori di questa visione uscendo dalla nostra autoreferenzialità e chiamando a raccolta altre energie. Investendo su un’identità cittadina aperta, potenziando i percorsi di innovazione, insistendo in particolare per un cambio di rotta sulle politiche della casa, dell’ambiente e dei trasporti. Il 14 ottobre consegna al partito democratico la possibilità di rompere l'indifferenza e l’ostilità maturata nei confronti della politica. Quando diciamo partito nuovo dobbiamo pensare anche a strumenti e forme inedite. A una nuova cittadinanza politica attiva come direbbe Ralf Dahrendorf. Il lavoro di preparazione degli Statuti dovrà servire a questo. In queste settimane si è molto discusso, sulle pagine dei giornali, di partito degli elettori e partito degli iscritti, contrapponendo in maniera un po’ caricaturale due modelli ritenuti erroneamente alternativi. Dobbiamo invece conferire maggiore dignità, e autonomia politica, a questa discussione, che è anzitutto discussione sulla forma partito e che deve rispondere ad un interrogativo fondamentale per chi intende costruire un soggetto politico in grado di avere un orizzonte di sviluppo storico. Che tipo di partito vogliamo? Noi, costituenti ed elettori di questo progetto, abbiamo il dovere, oltre che il diritto, di discutere su questo interrogativo con la massima libertà di pensiero ed in piena autonomia. Perché se è vero che vogliamo un partito capace di interpretare la società, non possiamo non guardare con favore al ricorso a meccanismi di consultazione degli elettori come le primarie. Ma al tempo stesso, noi vogliamo un partito radicato nel territorio, che sappia mediare e rappresentare interessi di ampi settori della società e che sappia costruire gruppi dirigenti in grado di tessere il consenso del paese intorno a quell'agenda di riforme di cui abbiamo straordinario bisogno. E ciò è possibile facendo affidamento su un corpo di iscritti che riscoprano, nella militanza volontaria, la politica come esperienza al servizio della comunità. La discussione sulla forma partito è una parte importante della confronto su ciò che intendiamo essere la democrazia nel terzo millennio. Una democrazia che moltiplichi le forme della partecipazione politica, invece di contrarle in maniera sclerotica. Lavoriamo perciò per un partito in cui le primarie ci siano, ai diversi livelli, per la selezione dei candidati alle elezioni (da quelle di Sindaco a quelle per il governo del paese). Un partito in cui l'elezione del segretario a tutti i livelli possa godere della più ampia legittimazione possibile di elettori e iscritti. Ma anche un partito in cui la consultazione degli elettori possa essere utilizzata anche per definire il quadrato fondamentale degli obiettivi che fanno da orizzonte della sua iniziativa politica. Sono infatti convinto, e il recente referendum sindacale sul pacchetto welfare lo ha dimostrato, che potrebbe essere possibile ricorrere alla consultazione degli iscritti anche per fissare la posizione del Partito democratico su temi particolarmente sensibili come la sicurezza, il welfare, la politica previdenziale o la politica estera. E credo che nello Statuto nazionale, in particolare noi lombardi, dovremo lavorare per sostanziare l’idea federativa del partito democratico. Da li passerà la nostra capacità di essere protagonisti nella definizione delle priorità nazionali. Da li potremo affermare l’idea di un partito che fa vivere programmi e alleanze rispondenti ai caratteri e ai bisogni dei territori. Toccherà poi soprattutto a noi promuovere novità sul campo:nell’organizzazione territoriale, nelle aggregazioni per aree tematiche, con strumenti di formazione politica, nella promozione di campagne di interesse locale e nell’ideazione di workshop permanenti sui temi dell'agenda di governo della Lombardia. Con l’assemblea di oggi noi iniziamo questo sforzo di progettazione. Per questo, in accordo con tutte le liste regionali, vi proponiamo di attivare due primi gruppi di lavoro: una commissione sullo Statuto e una sul Progetto. La prima dovrà aiutarci a definire parallelamente allo Statuto nazionale anche la nostra Carta fondamentale regionale. Dovremo confrontarci sulla forma partito, sui nuovi strumenti di cittadinanza politica, sulle modalità di presenza locali, sulle possibili innovazioni tematiche e organizzative. Con il secondo gruppo, quello relativo al progetto, vorremo invece predisporre un percorso programmatico con l’obiettivo di arrivare, nella primavera prossima, al primo Forum regionale dei Democratici della Lombardia: un appuntamento di idee e proposte aperto al confronto con la società lombarda che potrebbe diventare un avvenimento annuale per il nostro partito. Entrambi i gruppi di lavoro che insedieremo saranno sempre aperti alla presenza di quanti interessati ad ascoltare e contribuire. Già da questa mattina propongo che tutti i documenti eventualmente presentati possano essere assunti dalla Presidenza dell’Assemblea e trasmessi al gruppo di lavoro competente. Sempre a partire da oggi sarà attivo il nostro sito internet. Nelle prossime settimane, con la collaborazione di quanti di voi hanno passione per la sperimentazione di piattaforme per la partecipazione informata, vorremmo dare vita ad un portale web 2.0. Vogliamo sperimentare un sito interattivo e nuove pratiche di partecipazione attraverso la rete. Un processo costituente come il nostro, se vuole segnare una svolta, deve saper proporre forme ed efficaci di partecipazione all’elaborazione degli indirizzi e delle scelte. Inclusione, accesso alle informazioni, valorizzazione delle differenze sono fattori decisivi per produrre condivisione e responsabilità. Siamo convinti che la rete internet, certamente non da sola, possa aiutarci in modo decisivo per questi obiettivi. Noi siamo chiamati insieme a gestire una fase transitoria che terminerà con l’approvazione degli Statuti prevista per la fine di febbraio e l’inizio di marzo. Subito dopo, è bene chiarirlo, potremo aprire la fase congressuale territoriale. Questo periodo di transizione può essere affrontato per tappe. Come saprete il 24 novembre in ogni provincia dovrà essere indicato un coordinatore. Io propongo che accanto ad esso nascano comitati esecutivi unitari e plurali. Il carattere transitorio di queste responsabilità deve portarci a definire candidature riconosciute e ampiamente condivise. Successivamente, nel mese di dicembre, saremo chiamati ad organizzare una prima iniziativa di ritorno in tutti i territori. Sulle modalità di questo evento si esprimerà la prossima Conferenza dei segretari regionali. Personalmente, ritengo fondamentale pensare ad un appuntamento semplice e aperto nel quale sia possibile, territorio per territorio, indicare i portavoce locali transitori offrendo i primi spazi certi di iniziativa. A ciascuna provincia dovrebbe essere data la possibilità di modulare l’iniziativa per comune, per unione di comuni e magari, nel caso delle grandi città, per zona o circoscrizione municipale. Questo ci consentirebbe di avere un primo quadro di riferimenti locali accanto ai gruppi consiliari che ricordo dovranno costituirsi in ogni istituzione entro la fine di novembre. Per quanto riguarda l’ambito regionale nei prossimi giorni saremo nelle condizioni di insediare un esecutivo e un direttivo regionale. Lavorerò perche entrambi gli organismi siano plurali, unitari e innovativi. Sempre con l’assemblea di oggi dovremo indicare il tesoriere regionale. La proposta che avanzo è quella di Massimiliano Fontana, 34 anni, mantovano, amministratore locale. Cari amici, già nell’organizzazione di questa prima assemblea regionale vorremmo dare subito il segno concreto dell’unità e della massima apertura. Va in questo senso l’idea di sostenere, fra poco, una proposta unitaria per la Presidenza di questa platea così come potremo fare per il coordinamento dei due gruppi di lavoro. Nei prossimi mesi so bene che per farcela avremo bisogno di organizzare una grande esperienza collettiva in grado di mettere a frutto la serietà delle nostre culture politiche. Il nostro è un patrimonio profondo, fatto di tante energie ed esperienze plurali: nelle associazioni, nelle amministrazioni locali, nelle organizzazioni sociali e professionali. Da questo patrimonio dobbiamo partire, in questa storia affondano le nostre radici. Cari amici ho concluso. Voglio ringraziare quanti mi hanno sostenuto in questi mesi così come ringrazio Riccardo Sarfatti e quanti hanno lavorato con lui. Il clima sereno e civile di queste settimane penso abbia detto molto dello stile che vogliamo affermare anche per il futuro. Ora inizia la stagione più importante e vorrei che tutti ci sentissimo in squadra. Certo le sfide non mancheranno a partire dal prossimo cruciale rinnovo amministrativo che coinvolgerà Città come Brescia e Sondrio. La possibilità di poter guidare questo progetto è per me un onore e una grande responsabilità. Affidare proprio in Lombardia questa sfida ad un trentenne non è certo una scelta scontata. Nè per me, nè per voi. Quel che posso dirvi è che lavorerò con passione e tenacia sapendo ascoltare tutti ma assumendomi anche la responsabilità delle scelte che, in tanti casi, certamente saranno difficili. Qualche giorno fa Ferruccio De Bortoli ha scritto parole preziose sulla Lombardia. Scrive il direttore de Il Sole 24 Ore: “Sul più grande dei modelli produttivi italiani a volte si stende un velo di incomprensione come se dovesse pagare un prezzo per il fatto di essere primo. Il costo di essere primo. Qui sta il cuore della questione settentrionale che tocca la condizione psicologica, oltre che economica, di questi territori. Chi sta sul mercato aperto si sente meno considerato di chi è protetto. Non è solo un problema legato alla pressione fiscale o alla complicazione burocratica ma attiene soprattutto alla dignità civica e al senso di appartenenza dei soggetti più immersi nella modernità globale”. Questo è il nostro tema. Il partito democratico a cui penso e per cui voglio lavorare, dovrà avere l’ambizione e la forza per alzare questo velo di incomprensione. Per farlo dobbiamo rompere i vecchi schemi e attrezzare nuove risposte. Occorrerà mettere al centro le persone, a partire da quelle che, meno garantite, affrontano la vita con più rischi. Si tratta certo di una grande sfida, ma le grandi sfide sono anche le più belle da vincere. Grazie e buon lavoro
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