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Alla Tre Giorni di Sondalo La Margherita lancia il cuore oltre l’ostacolo
Appunti dai lavori del convegno tenutosi a Sondalo

06/08/2007

Nelle prima due giornate della tre giorni di Sondalo, sul tema generale “Costruiamo il Partito Democratico” si è parlato non tanto del percorso tecnico e politico di costruzione effettiva del partito, quanto piuttosto di un insieme di nodi problematici da affrontare, in altrettanti campi tematici, che sono stati trattati con una pluralità di voci e di punti di vista. I temi in programma erano:
- La questione settentrionale: interessi, composizione sociale e consenso
- Legge elettorale e riforme istituzionali
- Quale modello sociale per la famiglia del futuro?
- Come gestire la transizione: conservare o superare le culture del ‘900?
Non pretendiamo di dare una minuziosa relazione su quanto è stato detto.
Ci soffermiamo piuttosto su alcuni punti salienti del dibattito di ciascun blocco tematico. Non ci nascondiamo che sarà anche una lettura soggettiva, sicuramente non imparziale, che sottolineerà quelle che ci sono parse le novità emergenti.

La questione settentrionale
Introduceva G. BENIGNI, intervenivano A. BONOMI, il Presidente della Regione Lombardia R. FORMIGONI, la deputata europea P. TOIA.
C’è stata una larga coincidenza nelle analisi della situazione: la questione settentrionale c’è, e la sua genesi sta nel mutamento economico degli ultimi decenni che ha investito, inesorabilmente, le aree più esposte alla competizione internazionale, fenomeno che è insieme causa ed effetto della ‘fine del fordismo’, della crisi della grande impresa, della caduta dell’identità operaia. Essa è una questione di risalto nazionale, perciò la soluzione non può essere ristretta al Nord. Ma c’è anche una dimensione più propriamente socio-culturale, e più generale, che consiste nella difficoltà della gente a resistere allo spaesamento prodotto dalla sur-modernità. Di questo disagio, secondo le analisi comuni, si sarebbe fatta interprete dapprima la Lega, con rozzezza concettuale, ma intuizione politica. Così la questione ha assunto i tratti di difesa identitaria ad oltranza con una accentuazione territoriale, donde la polemica antistatuale, la richiesta di secessione, ecc.
Nel frattempo il Nord non è stato fermo, né sotto il profilo sociale né sotto quello economico: si è creata una microimprenditoria diffusa che interessa milioni di persone e dà vita a centinaia di migliaia di piccole imprese, e può sembrare che abbia risolto i problemi generali con un ‘fai da te’ autarchico. Ma evidentemente questo non basta, di fronte alla complessità dei problemi, né può essere accettato da una forza riformatrice. In questo contesto l’egemonia sarebbe poi passata prevalentemente nelle mani di Forza Italia, o, per meglio dire, di Berlusconi, uomo simbolo, assumendo tratti più mediati ‘politicamente’, ma in una logica liberista ad oltranza. In altre parole, l’incoraggiamento di comportamenti esasperatamente anti-solidali (ad es. riguardo al fisco), e, da un punto di vista antropologico, l’affermazione del modello dell’uomo di successo, “fatto da sé”, che promette un simile destino a tutti quelli che lo seguiranno… La domanda ovviamente che sorge spontanea è come ciò sia stato possibile, quale effettivo insufficiente sviluppo culturale e civile è attestato da questo processo…
Un’altra domanda: perché il centrosinistra è stato incapace di cogliere il mutamento, e di gestirlo? Le cause vanno ricercate in una obsoleta struttura di rappresentanza, un ceto politico autoreferenziale, una cultura di governo non all’altezza dei necessari processi modernizzanti. Oggi i problemi si presentano tutti insieme: insufficienza nelle infrastrutture (particolarmente avvertita in Lombardia, nel Nord), il bisogno di una politica di sostegno alla competitività, l’arretratezza della Pubblica Amministrazione, la caduta diffusa di potere d’acquisto e di status sociale, i problemi legati alla qualità della vita, alla condizione urbana, alla sicurezza… Il nuovo Partito Democratico deve essere in grado di inserirsi in questa realtà, di contribuire alla modernizzazione del Paese, non in un’ottica egoistica, mettendo invece in campo un patrimonio di cultura civica, di rispetto delle regole, di solidarietà che ancora c’è, e deve contare politicamente. Bonomi nella sua analisi ha anche insistito sulla diversità dei caratteri di quattro aree all’interno della Lombardia,
che è sicuramente l’epicentro della crisi settentrionale:
* un’area ‘alpina’ (Valtellina, ma anche Alto Lario, Valcamonica ecc.) nella quale prevalgono la paura e il risentimento, e che non trova una sua vocazione;
* un’area pedemontana (Brianza, Varesotto,Bergamasco…), l’area della miriade di piccole imprese, nella quale la competizione internazionale è particolarmente avvertita;
* un’area metropolitana (Milano, ma forse un altro polo sta diventando Brescia) con specificità ormai internazionali;
* l’area più propriamente ‘padana’, a vocazione agro-industriale, anch’essa esposta ai mutamenti del mercato, e anche alle regole UE.
Per ciascuna di esse si devono trovare risposte specifiche. Sinora la risposta, anche quella del Governo Prodi, è stata debole, non
percepita positivamente dalla popolazione e dagli operatori economici. Questo forse anche a causa di una insufficiente valutazione da parte del Governo dell’importanza della questione settentrionale per il sistema Paese, che va inteso sempre più come un sistema-rete e non come uno stato ottocentesco…
La legge elettorale e le riforme istituzionali/costituzionali
Un blocco importante di riflessioniè stato dedicato a questo tema complesso, sul quale le considerazioni dei diversi partecipanti non risultavano proprio allineate. Ha iniziato il prof. BALBONI, rammentando che siamo al 14 luglio, ricorrenza di una data storica (1789) di assoluta importanza per il tema. E’ la ricorrenza della presa della Bastiglia, della caduta di un baluardo dell’ancien régime: la fine della carcerazione senza processo, quale massima espressione del potere assoluto. Dalla Rivoluzione si è poi sviluppata l’idea della separazione dei poteri dello Stato in legislativo, esecutivo, giudiziario, e quindi la affermazione del principio costituzionale. Ed è stata anche l’occasione della prima proclamazione dei diritti fondamentali, della affermazione dei valori di libertà, eguaglianza, fraternità. I mutamenti contemporanei hanno in parte modificato il quadro di riferimento, ma questi principi e questi valori persistono. Si parlerà oggi di nuovi poteri da riconoscere e regolamentare (potere economico e dell’informazione, accanto al potere politico), di valori da declinare in modo più articolato e mirato: libertà con responsabilità, equità nel contribuire al bene comune, solidarietà necessaria. Ma in sostanza le
radici del diritto e della democrazia moderna sono da ricercare in quegli eventi storici, con buona pace di chi oggi vorrebbe contestarli…
La legge elettorale, nella visione del professore, è paragonabile al cambio delle marce in una automobile: è importante per far camminare la macchina a diversa velocità, ma non va confusa con il cuore del veicolo, il motore. Così la legge elettorale è importante per far vivere e progredire (o regredire)le istituzioni, senza propriamente coincidere con queste. L’ attuale legge elettorale, valutata come pessima dal suo stesso inventore, è stata creata per inceppare le istituzioni, perciò va urgentemente corretta, scegliendo tra uno dei sistemi presenti nel panorama europeo, con gli opportuni adattamenti alla specifica situazione italiana. Per quanto riguarda invece la Costituzione e l’assetto istituzionale che essa delinea, il professore esprime una preferenza per una costituzione che faccia spazio alle autonomie locali, una forma di federalismo ben temperato, aperto a una forte partecipazione popolare. Dove però non dovrebbe accadere, come è accaduto in Italia, che le legislazioni regionali scegliessero tutte un modello ‘presidenzialista’, che indebolisce il ruolo del Consiglio Regionale e svuota la partecipazione, sminuendo in ultima analisi anche il ruolo contrattuale della Regione verso il governo centrale.
Gli interventi degli altri relatori si sono sviluppati entro questo quadro, spesso sottolineando il ruolo della legge elettorale per modificare il sistema politico, ad esempio eliminando le patologie, quali: la frammentazione delle forze, l’eterogenità delle coalizioni, il potere di veto dei piccoli partiti. Tutti i relatori si sono espressi per un rafforzamento del bipolarismo, per una riduzione del potere dei partiti sugli organi istituzionali, e su forme correttive della rappresentanza che, a valle, assicurino la governabilità. E hanno sottolineato l’intreccio stretto tra sistemi elettorali e struttura di governo (ad es. l’elezione diretta del premier, che dà luogo a varie forme di semipresidenzialismo o presidenzialismo, o le presuppone). Si è discusso a lungo anche sull’opportunità di puntare, per correggere le insensate norme elettorali introdotte a fine legislatura, sul referendum oppure sulla legge, senza concludere per una scelta unanime in un senso o nell’altro…
Per quanto riguarda la Costituzione, interessante lo scambio di vedute tra chi pensa che si debba consolidare la vecchia Costituzione, da poco salvata col referendum dallo stravolgimento approvato, con una forzatura estrema dal Centro destra, e chi ritiene assolutamente necessaria almeno la modifica che consenta di dare al Senato una fisionomia diversa, ma più corretta, ‘europea’, di Camera delle Autonomie territoriali. Il nuovo partito che nasce deve risolvere questi dilemmi, scegliere un percorso. A partire dal fatto che esso stesso costituirà una forma di semplificazione del sistema politico, dando un contributo a una democrazia decidente e governante, oltre che partecipativa. Di passaggio, ma non poi tanto, è stata sollevata la questione dei ‘confini’ del nuovo Partito, o, se si preferisce, la questione delle alleanze (vecchie e/o ‘nuove’), e sembra sia prevalsa l’idea che non si debba premettere questo problema alla fondazione della nuova struttura, per non causarne una precoce crisi…
Famiglie e politiche sociali nel futuro
La sessione ha avuto al centro una relazione del sociologo A. ROSINA che illustrava i risultati di recenti ricerche. Il ricercatore si è soffermato sull’impressionante declino demografico italiano (che ha portato a dimezzare le nascite dalla metà degli anni ’60). Si calcola che al 2040 avremo in Italia 7 milioni di anziani in più e altrettante persone in età lavorativa in meno… La bassa fecondità è conseguenza di molti fattori, alcuni culturali (rapporto familiare più stretto nel mondo mediterraneo, che porterebbe a ridurre le nascite per dare migliori condizioni di vita ai figli), altri chiaramente economici, ma in un intreccio complesso, per non dire un circolo perverso. Così la famiglia è diventata sempre più l’ “unico vero ammortizzatore sociale”, invece che il terminale di una politica di sostegno mirata. Aumenta il precariato giovanile, che fa ritardare la formazione di famiglie: la minore protezione sociale non giova certo allo spirito di autonomia. Il relatore si è soffermato a lungo anche sulla condizione anziana. La popolazione anziana è cresciuta enormemente, sia in senso assoluto che relativo. Per quanto le condizioni di vita e salute migliorino, è probabile che aumenterà la non autosufficienza, questo comporterà aumenti della spesa sociale, già oggi squilibrata percentualmente in questa direzione a differenza di altri paesi, mentre il carico sulle famiglie e la rete di aiuti informali mostra sempre più la corda. Muta fortemente anche l’istituzione matrimoniale, diminuiscono i matrimoni, aumentano le convivenze di vario tipo, crescono gli scioglimenti e le ricomposizioni: si tratta di fenomeni
ormai statisticamente rilevanti, di carattere sociologico, con componenti economiche oltre che culturali, che creano certo enormi problemi sociali, ma sono anche scarsamente trattabili con strumenti solamente ideologici…
Conclude il relatore: “La società italiana vive una fase di forte mutamento, mentre la politica, le istituzioni, il sistema di welfare segnano il passo; ci troviamo ormai di fronte a nodi problematici associati a fenomeni noti da tempo che si stanno cronicizzando, mentre ne nascono anche dei nuovi…” Tocca agli altri intervenuti profilare alcune linee di soluzione:
* Anzitutto riconoscere la necessità di una svolta, che inverta la tendenza, considerando la spesa per il welfare non improduttiva, ma essenziale per la stessa competitività del Paese;
* Prendere atto delle forme di welfare invisibile che si sono installate nella assenza di politiche appropriate, come il fenomeno delle c.d. “badanti”. Più in generale del fatto si tende a scaricare sulle famiglie la soluzione di un problema pubblico, in nome di una discutibile ‘sussidiarietà’;
* Costruire politiche sociali specifiche per la famiglia, anzitutto quella prevista dalla Costituzione, la famiglia in formazione (con previsione di figli) e quella con figli, che è oggi soprattutto in difficoltà. Questa è una priorità, che non esclude altri interventi meno
urgenti. Siamo molto distanti dalla spesa di altri paesi europei, e in ogni caso prevale un intervento monetario rispetto ai servizi sociali di sostegno;
* Considerare la famiglia non solo destinataria, ma soggetto attivo delle politiche sociali che la riguardano;
* Tenere conto del fatto che non vi è solo il disagio materiale, ma crescono anche nuove povertà immateriali, pertanto vi è la necessitrà di dare maggiore spazio a interventi di natura preventiva ed educativa.
* Nel nuovo modello di welfare si dovrebbe privilegiare le politiche del “ciclo di vita”, in cui l’invecchiamento non sia solo un peso, e la non autosufficienza una calamità inevitabile, ma si possa sviluppare una longevità positiva, una autonomia economica e psicofisica prolungata.
* In sintesi: la necessità di un disegno progettuale, all’altezza dei nuovi problemi, corredato da risorse sufficienti, da reperire attraverso forme sulle quali peraltro non vi è unanimità tra gli intervenuti.
La sottosegretaria alla Giustizia D. MELCHIORRE, dopo aver ricordato che in base all’art. 29 della Costituzione è comunque prioritario l’intervento a favore della famiglia con figli, cioè “produttrice di futuro”, ha illustrato brevemente i provvedimenti già assunti dal Governo in questa direzione, sia con la Finanziaria che in rapporto al c.d. “tesoretto”, provvedimenti che configurano una svolta significativa, anche se poco avvertita dall’opinione pubblica. Ha ribadito che occorrono politiche integrate, dato l’intreccio delle problematiche connesse, e che in tal senso ci si intende muovere, anche in relazione a impegni europei. In rapporto alla crescente ‘povertà immateriale’ ha rammentato la crescita dei crimini endo-familiari, l’importanza quindi della prevenzione e soprattutto dell’educazione, e comunque la necessità di istituire un tribunale unico per il diritto di famiglia e i reati minorili.
La transizione al nuovo millennio e il posto dei cattoli ci nela nuova formazione: un’appassionata relazione di Giovanni Bianchi
La sessione è introdotta da una appassionata relazione di G. BIANCHI. Egli ha preso avvio dall’interrogativo “come gestire la transizione e affrontare il futuro?”, asserendo che oggi si sono sostanzialmente esaurite le potenti culture politiche del passato, lasciando un vuoto difficilmente colmabile. Si è trattato di un lento processo di declino, che ha avuto una sorta di tracollo attorno all’anno 1989, con la caduta del sistema sovietico, questo “massimo esperimento di ingegneria umana nella storia”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II. Ma l’Italia, in quella circostanza, a differenza di altri Paesi europei, ha veramente azzerato il precedente sistema dei partiti, sicché il problema che ci si presenta oggi è quello di una ri-costruzione profonda. Senza sovradimensionare la gravosità del compito, evitando millenarismi, e anche rammentando che il sistema dei partiti e il loro buon funzionamento è uno strumento per la soluzione dei problemi politici, non è questa soluzione stessa,si può tuttavia sostenere che del Partito Democratico vi è necessità, e ve ne è anche l’occasione, l’opportunità. E’ certamente finito anche l’eurocentrismo, il tentativo titanico di prolungare l’egemonia mondiale con le vecchie ideologie. E’ finita anche a figura del ‘militante’ politico, così come quella dell’intellettuale ‘organico’, e deve subentrare una nuova figura di operatore democratico, ancora da definire e da individuare. In queste condizioni di contesto, il Partito Democratico va soprattutto “pensato”, va messa in campo una cultura politica meno difensiva e più critica, che va portata nel quotidiano e sul territorio. E la tradizione del cattolicesimo democratico dove è dislocata (o dove è finita)? La Margherita poteva essere un primo stadio per un confronto a fondo sulle culture politiche, ma l’operazione non è avvenuta, e le tensioni attuali lo dimostrano. Tuttavia non si può dire che vi sia solo disaffezione nella gente: c’è anche una voglia di politica, che si esprime a tratti, come può, talora anche in un certo livore verso il ceto politico.
Seguono alcuni interrogativi di fondo, solo brevemente argomentati:
* Che tipo di democrazia va praticata per dare spazio alla speranza? Certo non una democrazia finanziaria o mediatica, come quella che abbiamo sperimentato e che non ha prodotto buoni risultati. Contro la personalizzazione e il liberalismo/liberismo va affermato un metodo assai diverso, l’idea di una impresa collettiva. Così nel fondare il nuovo partito fin dall’inizio si deve praticare un costume corretto; tanto per intendersi, non la cooptazione, ma il voto segreto; il pluralismo di progetti, non la formazione di correnti precostituite… C’è un rischio in questo, ma un rischio che va corso. Non si parlerà più di ‘politica cattolica’, ma di un libero confronto di idee dove i cattolici non pretendano di essere organizzati ideologicamente…
* Un secondo tema è quello della questione settentrionale. Per i processi descritti dalla prima sessione di questo Corso, è cresciuto il peso dei 24 milioni di operatori economici autonomi, piccole e piccolissime imprese. Ed è cresciuto lo spaesamento da modernizzazione, che ha impaurito tanta gente. Così si è formato un blocco sociale opposto al centro sinistra, egemonizzato da Berlusconi, che ha saputo cavalcare la protesta e fare promesse, che poi però non ha saputo mantenere. Ma a noi toccherà evitare accuratamente di cavalcare la protesta, piuttosto dovremo cercare di interpretarla, e dare delle risposte serie, un programma, un progetto. E’evidente che le alleanze dovremo cercarle non prima di aver compiuto questa operazione, ma dopo.
* Un terzo tema riguarda l’etica. Intesa come un problema serio, un problema anche politico. Dovremo cercare un consenso etico di fondo, dei valori laici, condivisibili da tutti. La questione della laicità va impostata con chiarezza, sapendo che non si definisce in rapporto allo Stato, ma in rapporto ai problemi del mondo e alle soluzioni imperfette che vi può portare la politica. Il vero discrimine oggi è forse tra chi è in ricerca e chi è fermo, chi crede di aver trovato tutte le risposte, e chi pazientemente dialoga e si confronta con la realtà. Il Partito Democratico può essere uno spazio per lavorare su questo tema, sapendo che si tratta di un lavoro che comunque va ben oltre il partito.

 
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