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La relazione di Guido Galperti
Il testo integrale della relazione di Guido Galperti al 2° Congresso Regionale

26/03/2007

Care amiche, cari amici,

ciò che può sorprendere nella nostra ormai lunga discussione sulla nascita del Partito Democratico, è come questa continui in larga parte ad essere rivolta non tanto al merito delle questioni ed a come siano state affrontate in questi anni di collaborazione e di alleanza dentro l’Ulivo bensì alla natura del nuovo soggetto politico, alla storia dei protagonisti che ne partecipano, alla tempistica ed alle modalità organizzative che ne dovrebbero supportare la nascita. Sarebbe certamente superficiale non considerare che anche quest’ultimi sono temi importanti ma sarebbe altrettanto sbagliato non chiedersi se in questi ultimi dodici anni l’Ulivo non abbia concretizzato un idem sentire, una visione comune, un atteggiamento condiviso su numerosissime parti di quell’agenda programmatica che compone il calendario della politica e scandiscono la partecipazione di molti nelle vicende della politica stessa. Non era infatti affatto scontato che si arrivasse su temi decisivi come la politica estera e la difesa del Paese a costruire la posizione comune tra Margherita e DS che oggi viene rappresentata nei compiti del Governo Prodi dal lavoro dei Ministri Parisi e D’Alema.
Si è trattato e si tratta di tracciare con decisione, ma non senza difficoltà, un percorso politico che unendo i capisaldi dell’atlantismo e dell’europeismo indicasse anche una trama convincente rispetto al perseguimento dei grandi ideali di pace, di giustizia e di libertà che contraddistinguono il codice genetico della Margherita e che sono stati e che sono, al di là delle miserie e della debolezze della quotidianeità politica, la spinta vera che ha determinato l’impegno nella politica dei tanti che oggi sono a questo congresso. Purtroppo non è scoppiata nel mondo la pace. Purtroppo il monito espresso quarant’anni or sono da Papa Paolo VI al Palazzo delle Nazioni Unite “se l’uomo non eliminerà la guerra, la guerra distruggerà il genere umano” resta a tutt’oggi di fatto inascoltato. Sudan, Darfur, Libano, Palestina, Iraq, Afghanistan, la corsa al nucleare di paesi come Iran e Corea del Nord, e via via potremmo fare un lungo elenco che ci consegnerebbe un rosario interminabile di guerre, faide tribali, crisi, carestie, emergenze sanitarie ed umanitarie ancora presenti nel mondo. Ripresa della cooperazione internazionale, multilateralismo, difesa e politica estera europea, potenziamento dell’Onu, consapevolezza del ruolo della Nato, sono i cardini sui quali ruota il nostro tentativo di ridare slancio e credibilità al nostro Paese dentro lo schema delle alleanze occidentali.
A me non pare una cosa da poco che su queste politiche, considerate da sempre e a ragione le più delicate, un partito, che vuole rappresentare un elettore su tre, abbia conseguito un’identità di vedute così forte. A me non pare cosa da poco che di fronte alle ondate migratorie, che saranno pure da considerarsi fonte di risorse per i paesi sviluppati, ma che sono prima di tutto, nel loro disposto disordine, esodo e sofferenza, la forza di una politica consistentemente unitaria possa concretizzare risposte che rassicurino le nostre comunità sul versante della sicurezza pubblica e personale ed al tempo stesso creino condizioni di vita, di lavoro e di sviluppo migliori per tutti.
E i temi del lavoro, dello sviluppo, della ripresa economica sono al centro della politica del Governo e su queste questioni dentro l’Ulivo si registra una coesione ed una consistenza altrettanto ragguardevole quanto quella presente ed espressa in politica estera.
Abbiamo il problema di semplificare l’apparato dello Stato che molto spesso frena e scoraggia il desiderio di intrapresa economica, abbiamo la difficoltà di spiegare, e qui al Nord lo sappiamo bene, che la pressione fiscale, con la pesante eredità consegnataci, non può scendere fino a quando i conti dello Stato, come avviene peraltro in ogni famiglia perbene, non saranno tornati in equilibrio, abbiamo il compito di ristabilire un rapporto più equilibrato tra flessibilità e precarietà, ma di certo non abbiamo il fastidio di giustificare su questi temi divisioni ed incompatibilità. Prova ne è il fatto che la spinta riformatrice e liberalizzatrice, che ha visto il Presidente del partito Rutelli assumerne il maggior ruolo insieme al Ministro Bersani, esplicitata nella politica economica ci ha consentito di guadagnare margini di consenso e di attenzione dentro l’opinione pubblica come non accadeva da tempo.
Tale spinta peraltro non può che essere accompagnata da un intervento davvero deciso ed innovatore nel campo dell’adeguamento infrastrutturale del Paese per quanto riguarda le politiche di trasporto autostradale, ferroviario, marittimo ed aeroportuale. E’ uno dei temi più difficili, non possiamo nascondercelo, nel rapporto con le altre forze che compongono l’Unione. Ma anche su questo non possiamo non rilevare come le condizioni di omogeneità dentro l’Ulivo appaiano oggettivamente forti. Potremmo continuare a lungo in questa direzione sullo stato dell’arte della coesione programmatica che ci consegna il lungo lavoro svolto di questi anni. Potremo ricordare il lavoro (ed i risultati) per la scuola e per l’istruzione che il Ministro Fioroni sta svolgendo dentro l’Unione riuscendo lì ad imprimere un’azione significativa tesa da un lato a rimettere le politiche scolastiche al centro del servizio pubblico che uno Stato non può alienare ad alcuno e da un altro a spiegare e a convincere, quindi a renderle operative, le ragioni che oggi determinano nei più, in tutti dentro l’Ulivo, la convinzione che non solo ciò che è pubblico può svolgere una funzione pubblica e rendere quindi un buon servizio pubblico. Certo dentro la programmazione e dentro un paradigma che consenta di distinguere ciò che serve alla crescita di una comunità da ciò che resta eccentrico rispetto alle politiche ed alle linee guida di un Paese che un governo ha il dovere di rappresentare. Anche in questo stava e sta la nostra critica parziale al buono scuola della Regione che oggi forse, vedendo il proliferare o perlomeno l’affacciarsi di situazioni di pretesa autonomia scolastica di ogni genere, appare anche ad altri assai più comprensibile.
E così è per la sanità e l’assistenza che sono parti del sistema non cedibili da parte della mano pubblica. Anch’esse esercitabili anche da istituti aventi natura privata ma dentro un sistema di accreditamento che esalti le peculiarità della programmazione pubblica, rispetto al contesto epidemiologico in cui questa viene a collocarsi, e che possono diventare occasioni di pluralità dell’offerta regolata però non dalla competitività ma dalla complementarietà e dalla collaborazione che il buon governo della cosa pubblica deve saper regolare. In tale divisione non sarebbe certo poter andare il futuro progetto della Regione Lombardia che vedrebbe, nella costituzione di un autonomo soggetto per la gestione del pronto soccorso, l’impegno di non meglio specificati privati nella cabina di regia del 118. Insomma lo slogan che il mercato della sanità e nella società non fa bene alla salute mi sembra ancora oggi efficace e centrato e soprattutto ci ricorda come tale metro abbia regalato ai cittadini della nostra regione un tale appesantimento, per no dire inapropriatezza, della spesa sanitaria da determinare addizionale l’Irpef ed i tickets più alti dell’intero Paese. Potremmo continuare a lungo, come si vede, ad esaminare le materie sulle quali l’impegno di tanti in questi anni non è stato speso invano. Voglio solo ricordare, per ultimo ma non per ultimi, il lavoro di tanti amministratori locali della Margherita e dell’Ulivo, sindaci, assessori, consiglieri, presidenti di provincia, amministratori di società collegate e partecipate e strumentali all’azione pubblica, che partendo da quelle condizioni ancora più ardue che troviamo nelle realtà locali, dove la mediazione politica è più complicata, hanno saputo trasformare le difficoltà originiare in grandi opportunità di crescita e di cambiamento per le loro comunità riuscendo a dotarle di servizi, di impianti, di infrastrutture che hanno segnato e segnano un progresso generale davvero significativo.
Se allora le cose stanno così non è ragionevole pensare che si possa provare a trasformare ulteriormente questa forte e collaudata alleanza, che ha come simbolo l’Ulivo e che è diventata in molte realtà sempre più federata e collaborativa e sempre più rafforzata da innumerevoli liste dell’Ulivo presentate alle politiche, alle europee, alle regionali, alle provinciali, alle comunali. Non ultime quelle prossime di Monza, Como, Varese , che non sono mi pare in Emilia, e nelle tante altre realtà che andranno al voto nella prossima primavera. Agli amici impegnati in queste competizioni elettorali va naturalmente il nostro sincero sostegno ed i nostri auguri più affettuosi. Ma dicevo, è così irragionevole pensare di trasformare questa alleanza in un partito? Fino a quando potremmo presentarci uniti per dividerci il giorno immediatamente seguente le elezioni? Se guardiamo indietro, al passato più prossimo, mi pare di aver dimostrato che qualche onesta ragione su cui costruire il nuovo soggetto politico dobbiamo pur riconoscerla. Se guardiamo avanti mi sembra che una non supponente speranza di dare più forza alla costruzione di politiche adeguate alle sfide che abbiamo di fronte dobbiamo pur traguardarla.
Certo non sfugge a nessuno che un partito pone i suoi programmi dentro un quadro valoriale condiviso. Certo non può essere sottaciuto che questo quadro valoriale trova le difficoltà maggiori a delinearsi quando incontra temi e principi eticamente sensibili. E’ pure altrettanto certo che la raccolta delle firme per la proposizione del referendum sulla procreazione etero assistita e la posizione conseguentemente assunta dagli amici DS non siano state orientate dai criteri della ragionevolezza politica ne tanto meno da una seppur minima attitudine alla preveggenza. In quella circostanza si è guardato indietro non sicuramente avendo davanti obiettivi e prospettive. Peraltro, il risultato di quel referendum, così nitido risultati espressi, obbligherebbe tutti ad interrogarsi sulla circostanza se su quei temi si possa davvero consegnare alle preoccupazioni del solo mondo cattolico la rappresentanza di quella riflessione valoriale o piuttosto non convenga invece considerare e trarre quindi le conseguenze che tanti, laici e cattolici, s’interrogano, con grande inquietudine sul futuro della nostra umanità, sui limiti della scienza, sulla consapevolezza della necessità di un progetto condiviso di esistenza che non possa prescindere dalla ricerca di un equilibrio possibile tra etica e scienza stessa . Ma davvero nella Margherita la pensiamo tutti allo stesso modo su queste questioni dirimenti? Del resto il soggetto politico che abbiamo costruito con passione e determinazione mi pare riconoscesse l’ispirazione cristiana tra le ragioni fondanti della sua natura politica. Tra le ragioni fondanti ma non né l’unica né l’esclusiva. Del resto dovremo inoltre ricordare che l’esperienza del PPI, trasformatosi, per una serie di ragioni che non è il caso oggi qui di indagare, nel partito dei cattolici che votavano il Centrosinistra, non ha certo spostato molto in avanti le ragioni dei cattolici impegnati in politica. Di sicuro mentre a noi veniva consegnato il recinto o la custodia delle questioni etiche altri si occupavano di banche, di telecomunicazioni e di relazioni industriali.
A nessuno peraltro sfugge come sussista una carica ideologica, in alcune proposizioni, che va al di là del merito delle questioni e che punta piuttosto all’affermazione di una dimensione esclusivamente identitaria che mal si concilia con la prospettiva del partito che vorremmo insieme costruire.
Molti sarebbero però dell’idea che è meglio mettere in conto un confronto aspro, con il confronto di quelle ragioni che sappiamo trascendere le convinzioni morali e religiose ed appartenere tout court alla dimensione umana, un confronto dicevo dentro il nuovo soggetto politico, che immaginare un ritorno al passato nella prospettiva, lenta ma inesorabile, della sola testimonianza e difesa dei valori eticamente sensibili con la riproposizione di un partito di soli cattolici. Del resto noi ci stiamo appassionando alla vicenda politica di Bayrou, copresidente con Rutelli del PDE, e stiamo apprezzando i contorni centristi della sua proposta, la moderazione nella formulazione dei temi e nella proposizione delle idee ma anche la sua impostazione autenticamente e sinceramente laica.
Se è comunque vero che il tema della questioni eticamente sensibili rimanga tra le ragioni che meglio devono essere indagate per l’approdo al Partito democratico, non è altrettanto da sottovalutarsi le vicende dei modelli istituzionali, e delle regole elettorali connesse, come possibile punto di equilibrio e convergenza che ancora non è del tutto presente dentro il lungo percorso dell’Ulivo verso il nuovo soggetto politico. E su quest’altro tema il dibattito ed il confronto marcano un ritardo preoccupante. La nostra avversità ai modelli presidenziali dovrebbe essere acclarata nonché, come dire, fare parte del DNA del centro sinistra italiano. L’idea nostra di una società responsabile che trova compimento soprattutto attraverso la libera partecipazione alle vicende delle proprie comunità non può trovare soddisfazione in modelli che per loro natura semplificano la scelta al momento del voto riducendo, e consegnando quindi, al solo momento elettorale la delega alla classe dirigente da individuarsi. Se l’esperienza dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di provincia può dirsi soddisfacente, o almeno così appare a grande parte della opinione pubblica, non altrettanto si può dire ragionando di Assemblee legislative.
La nostra opposizione in sede referendaria alle scelte adottate con la modifica della carta costituzionale da parte del centro destra doveva e dovrebbe costituire l’incipit da cui far nascere un ragionamento condiviso dentro l’Ulivo.
Opposizione alla proposta referendaria che al Nord non era tanto verso una debole quanto ridondante promessa di devoluzione di competenze dal centro verso la periferia ma era soprattutto mirata a contrastare la sostanziale elezione diretta del premier, lo svuotamento dei compiti di garante del Presidente della Repubblica, il ruolo subalterno di un parlamento licenziabile su ordine del Premier. Ed allora quando si sente da parte di un autorevole esponente del futuro partito democratico quale lo è Walter Veltroni la proposta del Sindaco d’Italia, (insieme peraltro a Fini ma di questo non ci si stupisce) ovvero di quell’elezione diretta del Capo del Governo che non esiste in nessun paese del mondo occidentale, beh allora, non si può nasconderlo, si fa molto fatica a capire quale è la linea. Perché badate bene che su questi temi, forse ancora di più rispetto a quelli complicati appartenenti alla sfera dell’etica, non si può scherzare. Le questioni dalle quali dipende la qualità del livello democratico di un Paese non possono essere sottovalutate. Cosi come non appare convincente, consentitemelo, anche se la soluzione proposta potrebbe introdurre scenari suggestivi, la riproposizione di un modello istituzionale che riporti le lancette dell’orologio della politica verso il passato introducendo, con il cosiddetto modello tedesco, la possibilità di presentarsi alla consultazione elettorale senza indicare quale si presume possa essere la guida da indicare al Parlamento, la coalizione che la sostiene, l’indicazione programmatica da attuare.
E’ vero quello che dice il Prof. Sartori ovvero che il bipolarismo prescinde dal modello elettorale, è altrettanto vero che non lo determina in via esclusiva ma è almeno ipotizzabile con ragionevole sicurezza che lo può aiutare a nascere ed a rafforzarsi. Non si può costruire artificialmente una sintonia di azione politica se questa non è calibrata ed ispirata perlomeno, da una sufficiente visione comune dei problemi da affrontare. Ma è altrettanto plausibile che in una società di per sé debole e frammentata come quella italiana, e comunque assai diversa da quella tedesca, l’adozione di regole che spingono verso l’unità anziché verso la divaricazione può diventare determinante. Nessuno, nel dibattito politico, può infatti sinceramente escludere l’ipotesi che la fine della prima repubblica sia piuttosto legata anche alla difficoltà di B. Craxi di percepire che, da un lato per la caduta del muro di Berlino, dall’altro per la trasformazione repentina alla quale un mondo sempre più tecnologico era destinato, quel bipolarismo che nei molti anni era oggettivamente esistito in Italia (la Dc da un lato con i suoi alleati, il Pci dall’altro) si stava sfaldando e che non avrebbe più consentito a nessuno di avere le mani libere e che viceversa, come alcuni avevano iniziato a sostenere e tra questi il Presidente De Mita con gli studi affidati al compianto Prof. Ruffilli, bisognava iniziare a costruire le basi per un diverso sistema istituzionale che rendesse chiare le ragioni della governabilità e non solo quelle della rappresentanza e dell’autonomia.
Ed allora, guardando avanti, io credo che la proposizione di un modello elettorale che possa aiutare il bipolarismo garantendo l’impianto parlamentare delle istituzioni possa e debba essere ricercato. Potrebbe essere ad esempio il modello adottato per le Regioni senza l’elezione diretta del Presidente (e quindi per analogia del premier) che andrebbe, finalmente tolto, anche dal contesto regionale, a partire dalla Lombardia. Non è infatti prevista in nessuna parte del mondo occidentale la circostanza che se il Presidente eletto direttamente si dimette, si ritira, va via, questo debba comportare lo scioglimento dell’Assemblea ed il ricorso a nuove elezioni. Non esiste, questa situazione, neppure negli Stati Uniti dove se mi è consentito di presidenzialismo se ne intendono. Per eliminare questa distorsione democratica, che prefigura eletti si serie A (il Presidente) ed eletti di serie B (i Consiglieri componenti l’Assemblea regionale), abbiamo suggerito nella scorsa legislatura e la riproporremo nei lavori della Commissione Statuto che va ad iniziare i suoi lavori, l’idea della costituzione di un colleggio circoscrizionale regionale il cui capolista è il candidato alla presidenza della Regione che il Consiglio, se vorrà, eleggerà, mantenendo così fede all’impegno politico preso coram populo avanti agli elettori. Alla coalizione vincente nel colleggio circoscrizionale regionale andrà il premio di maggioranza da attribuirsi eventualmente anche mediante i collegi provinciali territoriali. Allora per riassumere la nostra idea di legge elettorale regionale: indicazione del Presidente, premio di maggioranza, norme anti-ribaltone, sfiducia costruttiva, attribuzione proporzionale dei seggi. Sarebbe auspicabile che questa nostra proposta possa diventare la proposta dell’Ulivo e che possa costituire una buona base di partenza e di discussione per il livello nazionale così come cercheremo di spiegare al Ministro Chiti in un importante incontro già programmato per il 29 marzo; incontro organizzato ovviamente insieme all’ amico Benigni al quale va un saluto ed un ringraziamento anche per il lavoro comune sviluppato in questi anni. Se riuscissimo, nella stagione che va ad aprirsi e che è stata un po’ enfaticamente definita costituente, a raggiungere, partendo dall’idea sopra citata, con il centrodestra e con Formigoni un’intesa sul merito delle regole statutarie, regolamenti, elettorali sarebbe certamente un risultato straordinario. Sarebbe la dimostrazione palpabile che non è necessario cambiare la maggioranza uscita dalle urne per concordare un’intesa sulle regole elettorali. Anche se noi consideriamo già straordinariamente importante essere riusciti a fissare su tre punti le ragioni di una possibile intesa tra centrodestra e centrosinistra dentro il risultato che le urne ci hanno consegnato, nonostante la buona performance dell’amico Sarfatti, e senza alcuna intenzione men che limpida e da tutti intelligibile ed apprezzabile.
Il primo punto ha riguardato e riguarda il tema dell’adeguamento infrastrutturale del Paese. La scelta di Romano Prodi, e grazie al lavoro di Enrico Letta con il sostegno milanese del sottosegretario all’Università Dalla Chiesa e del Presidente della Provincia Penati, di istituire a Milano il tavolo per la Lombardia è risultato decisivo nel creare le condizioni per sbloccare dopo decenni la possibile realizzazione di opere strategiche per la Lombardia stessa e per il suo sistema economico. Se oggi Pedemontana, Tem, Brebemi, sistema aeroportuale del Nord e quindi dell’Italia, mobilità dell’area metropolitana milanese, sono mete non più irraggiungibili lo dobbiamo alle scelte e all’azione di questo governo, supportato dal lavoro decisivo dei nostri parlamentari lombardi, che forse tutti noi dovremmo iniziare a sostenere con più determinazione. Ben altro, mi pare, che le promesse del precedente governo che vantava un’invidiabile pletora di ministri padani ed un premier milanese. Di certo noi non potevamo non assecondare, pur dall’opposizione, questo nuovo contesto di azione politica istituzionale a Milano ed in Lombardia. Non potevamo non condividere, e lo abbiamo fatto con un documento approvato a larghissima maggioranza, l’interesse della Regione di porsi in sintonia con l’azione di Governo. Il secondo punto ha riguardato la riforma costituzionale voluta nel 2001 dal centrosinistra che ha introdotto agli artt. 116 e seguenti la possibilità di rendere possibile forme più concretamente avanzate di federalismo funzionale e fiscale.
Tale impianto costituzionale, ignorato per cinque anni dalla precedente coalizione largamente maggioritaria di centro destra, può risultare, se applicato, decisivo nel ricomporre nei nostri territori la frattura esistente tra come viene percepito, ed in buona parte a ragione, il potere centrale rispetto alle spinte autonomistiche e federali presenti nei nostri territori. Di certo vicende come quelle del ripianamento del deficit delle regioni meno virtuose, in specie il caso della Regione Lazio, non aiutano tale ricomposizione. Non è più possibile immaginare una divaricazione, come quella oggi esistente, tra chi ordina la spesa e chi se ne assume la responsabilità amministrativa e finanziaria. Su questo versante il documento dei 70 amici democratici di sinistra del Nord, ispirato dal Segretario regionale Luciano Pizzetti, segna un punto di non ritorno e ci invita a proseguire sul terreno della battaglia federalista. Il Ministro Lanzilotta peraltro sta producendo su questo tema un grande impegno e riteniamo che con i documenti approvati in modo bipartisan in Consiglio Regionale di avere contribuito e di contribuire alla definizione ed al conseguimento di questi obiettivi di decentramento che le nostre comunità reclamano. Il terzo ed ultimo punto ha riguardato e riguarda, ne ho già parlato, il tema dello Statuto, dei regolamenti, in primis quello del Consiglio Regionale, della nuova legge elettorale. La circostanza che a presiedere la Commissione ad hoc istituita vi sia l’amico Giuseppe Adamoli, da un lato ci riempie di legittima soddisfazione politica, dall’altro ci mette in capo una responsabilità non lieve per il perseguimento di traguardi che ci si propone, maggioranza ed opposizione, di conseguire. Appare allora evidente come l’azione dell’Ulivo, dialogante e responsabile sui temi indicati, in Regione si sia apprestata a costituire un viatico importante per la costruzione del partito Democratico in Lombardia. Non si può non vedere come l’unità di DS e Margherita produca, anche a volte facendo di necessità virtù, risultati che difficilmente, se divisi, saremmo stati in grado di traguardare. Vi sono allora problemi, li abbiamo detti, ma anche elementi di grande novità nel contesto politico dentro il quale si muove la vicenda della costruzione del partito democratico. Non possiamo però non sottacere, in questo congresso, quello che in maniera pregiudiziale è apparso negli innumerevoli incontri locali e provinciali preparatori all’assise regionale ed a quella nazionale ovvero che per il popolo della Margherita la vera novità non si sostanzia nel dar vita al partito democratico ma che questa realizzazione trova la sua collocazione dentro il partito democratico europeo. Questo va detto prima, con grande chiarezza e sincerità, per evitare che dopo si possano creare incomprensioni difficilmente sanabili. Sappiamo bene che, su questo aspetto, esistono difficoltà che attraversano gli amici Democratici di Sinistra ed alle quali guardiamo con grande rispetto, ma siamo altrettanto convinti che su questa impostazione non possano esistere, per noi margini di incertezza. Per molti (ma anche per i tanti che si sono uniti provenendo da altre culture politiche, da quella liberale a quella ambientalista e non solo) che hanno costituito e fondato la Margherita, abbandonare la famiglia dei popolari europei non è stata una scelta facile ma la si è dovuta compiere sapendo di andare nella direzione della costituzione di una nuova famiglia politica non distante ma di certo distinta da quella socialista collocata dentro il percorso del centrosinistra che l’Ulivo aveva da tempo iniziato a delineare. Ma la nostra migrazione termina qui, si tratta ora di costituire insieme il partito democratico non il partito socialista democratico. Amici abbiamo già dato. Oltre non si va.
Con le forze del socialismo europeo siamo alleati in Italia e, nel sistema dato ovvero di natura proporzionalista, collaboriamo in Europa.
La novità del partito democratico risiede nella possibilità per chi proviene dalle famiglie popolari e socialiste di provare a realizzare un soggetto terzo ed altro rispetto alla storia politica di provenienza. Ma la novità ancora più grande sarebbe quella di riuscire a costruire un soggetto politico aperto, plurale, autenticamente popolare nella rappresentanza degli interessi da tutelare e da sostenere. Un partito che dia voce a chi non ha voce, che si occupi di chi vive del proprio lavoro e non di rendite finanziarie e di dividendi, un partito interclassista che sostenga il potere d’acquisto di pensioni, salari, stipendi ma anche dei compensi professionali e dei giusti profitti da lavoro autonomo e dei redditi d’impresa. Un partito che ponga il tema della democrazia economica, degli innumerevoli conflitti d’interesse delle centrali economiche-finanziarie-editoriali, della trasparenza dei meccanismi che regolano i mercati e le borse perché risulta ai più incomprensibile che la tanto criticata società americana infligga con il suo sistema giudiziario 20 anni di carcere a chi commette falso in bilancio e deruba i risparmiatori e la tanto evocata società civile italiana regali 20 milioni di euro di stock option a chi distrugge la credibilità dei mercati finanziari che, regolati soprattutto dall’antico istituto della fiducia, sono la spina dorsale delle società capitalistiche.
Un partito che punti a garantire maggior benessere sociale, un servizio sanitario pubblico ed efficiente, più occasioni per tutti di crescere, di conoscere, di viaggiare, di migliorare la propria istruzione e quella, soprattutto dei propri figli. Possibilmente per tutti e non solo per coloro che da sempre godono di antichi quanto non sradicabili privilegi, un partito insomma la cui prima tessera, se ci fosse un problema di questo tipo, potrebbe essere data ad un giovane ingegnere neolaureato del politecnico di Milano, oppure ad un operaio dell’Iveco di Brescia, oppure ancora ad un coltivatore diretto di Pavia o magari ad un artigiano della brianza che da sempre è costretto a misurarsi, senza reti protettive, con la concorrenza e con la competizione presenti nel suo settore.
Vorremmo infine, in buona sostanza, come spesso ha ricordato e ricorda il Presidente del Senato Marini, che apparisse con nitidezza che la nostra ricerca di maggior giustizia sociale è la ragione principale che ci ha spinti ad optare per il centrosinistra e per l’Ulivo. Il vero movente per tanti di noi, della scelta bipolare effettuata dentro l’evoluzione politica italiana, è stato ed è il desiderio di provare a vedere se ci riesce di pareggiare qualche ingiustizia. Non sappiamo, anzi ne dubitiamo fortemente, che tutto sia stato fatto per il meglio, ma sappiamo di certo che dietro ad eventuali errori non è mai venuta meno la ragionevole speranza di costruire condizioni migliori di coesistenza sociale, e di poter fare guadagnare a tutti la possibilità di un progresso morale e materiale. E’ con questa speranza che ci apprestiamo a compiere un ulteriore tratto di cammino ed è con queste ragioni che contiamo di rinnovare il senso di un impegno politico che ha contenuto le motivazioni di una presenza non inutile rispetto alle aspettative di tanta gente, dei territori e delle nostre comunità. Abbiamo il dovere di provarci e di non sottrarci a quest’ultima fase di percorso politico, forse la più difficile per noi e credo di poter dire anche per gli amici DS.
Se resteremo uniti è possibile che ci riesca di combinare qualcosa di buono.
Nessuno si senta escluso.

 
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