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UN ELETTORE MOBILE
Fra gli elettori leghisti “sul mercato” del distretto triste, un quarto è disponibile a votare Margherita

07/02/2006

La Lega oggi tiene insieme gli spaventati dall'ipermoderno, i ceti periferici che rispondono alle sfide globali
con la tradizione. Non più tanto gli imprenditori solidi, quanto i lavoratori autonomi più deboli e operai
generici. Un ritratto che emerge dalla ricerca sull'arco alpino lombardo da Luino alla Valtellina, un tempo
regno della Dc, dove un bel po' di elettori è disposto a cambiare scelte di voto. Compresi i leghisti.

Quando verso la fine degli anni Ottanta il leghismo emerge dalle catacombe dei gruppuscoli etno-regionalisti dando voce al mugugno antipolitico che sotto traccia già da molti anni serpeggiava nelle province lombarde, i piccoli comuni polvere delle vallate alpine
non si differenziano ancora per un maggior appoggio alla Lega rispetto ai centri urbani più grandi. Anzi, in questa prima fase sono le aree a urbanizzazione e industrializzazione diffusa a rappresentare la culla del movimento. Sul piano sociale è la nuova borghesia imprenditoriale cresciuta all'ombra dei distretti pedemontani che, liberatasi dalla tutela politica, rappresenta il ceto trainante
del leghismo. È la fase della protesta, del portare il piccolo Nord che “fa” e produce nel quartier generale della politica
romana ormai in disfacimento.
NON PIÙ LOBBY DEL NORD
Tuttavia, a partire già dal 1992 e poi in modo sempre più evidente per la concorrenza di Forza Italia e per il fallimento della strategia secessionista, il voto al partito di Bossi cambia pelle e sempre più si rinserra in una trincea territorialmente e socialmente caratterizzata dalle stigmate della marginalità. Anche il grande successo del 1996 avviene soprattutto nei piccoli e piccolissimi centri mentre sul piano più strettamente politico la Lega si trasforma nella “lobby del Nord” ritornando all'antica alleanza con Berlusconi per tentare di non perdere definitivamente il radicamento tra ceti produttivi bisognosi di mediazione politica rispetto allo stato e alle istituzioni europee. Oggi la Lega appare più come la “lega degli uomini spaventati” dall'incertezza dell'ipermoderno, dei ceti periferici che cercano risposte
alla sfide globali reinventando la tradizione, meno degli imprenditori più solidi e più dei lavoratori autonomi più deboli e degli operai meno qualificati e soprattutto appare il partito dei piccolissimi centri rurali delle vallate alpine e prealpine.
FEDELI E POTENZIALI
L'identikit dell'elettore leghista che emerge dalla nostra ricerca corrisponde in gran parte a questo ritratto anche se con alcune precisazioni (si veda il grafico 2). Infatti, rispetto all'elettorato nel suo complesso, mentre tra gli elettori fedeli sono sovrarappresentati soprattutto pensionati, giovani sotto i 24 anni, chi ha titoli di studio bassi o abita in comuni con meno di cinquemila abitanti, e ancora gli artigiani ma non i liberi professionisti o gli imprenditori, tra gli elettori potenziali della Lega, ovvero coloro che potrebbero votarla nel 2006 ma
non lo hanno ancora fatto, il ceto imprenditoriale torna a spiccare come un target sociale privilegiato del partito di Bossi e di converso si riduce il peso di anziani e giovanissimi.
Emerge, dunque, una linea di divisione tra uno zoccolo duro caratterizzato da marginalità sociale e il persistere di un appeal potenziale del partito tra i settori centrali della società locale. Anche dal punto di vista dei valori e degli orientamenti politici gli elettori fedeli si presentano con un profilo nettamente più localista e, soprattutto, caratterizzato da livelli di diffidenza e di sfiducia generalizzata molto più pronunciati sia rispetto all'elettorato nel suo complesso sia rispetto agli elettori potenziali. Queste divisioni interne alla base elettorale
trovano però un loro punto di unificazione nella comune paura dell'immigrazione, considerata come primo fattore di insicurezza dal 25 per cento dei leghisti contro il 14 per cento dell'elettorato nel suo complesso. Una ulteriore parziale conferma di questo mutamento generale nelle caratteristiche dell'elettorato leghista ci viene dall'osservazione di una relazione positiva tra i livelli di astensione registrati nelle ultime elezioni regionali e la percentuale di suffragi alla Lega. I dati mostrano che entro le aree montane i comuni con la maggiore
tendenza all'astensionismo sono anche quelli che registrano i consensi più elevati alla Lega.
UN MERCATO ELETTORALE COMPETITIVO?
La montagna lombarda non è mai stata un territorio elettoralmente competitivo. Se si esclude la secolare presenza di alcune enclaves socialiste in Valtellina o nel luinese, la grande forza della Democrazia Cristiana ha sempre limitato le quote di elettorato disponibili
per le forze di opposizione. L'imporsi dell'egemonia leghista, in realtà, non ha riproposto il precedente modello di un mercato elettorale dominato saldamente da una sola forza. E questo non soltanto per la concorrenza, tutta interna al centrodestra tra Lega e Forza
Italia, ma in modo più interessante per il fatto che una cospicua fetta di elettorato locale è oggi mobile. I dati che abbiamo
raccolto mostrano che il 32,8 per cento degli elettori è disponibile a mutare le proprie scelte di voto attraversando i confini tra i due poli. Più precisamente il 21,4 per cento degli elettori che nelle elezioni del 2001 avevano votato la Casa delle libertà dichiara che nelle prossime elezioni politiche potrebbe votare uno o più partiti di centrosinistra; di converso l'11,4 per cento degli elettori dell'Unione si dichiara disponibile a votare un partito della coalizione avversaria. Se poi focalizziamo lo sguardo sulla quota di elettori leghisti che
possiamo definire “sul mercato” ovvero disponibili a compiere scelte elettorali differenti,
emerge che oltre un quarto della base elettorale bossiana è disponibile a porre la croce sul simbolo della Margherita e oltre il 10 per cento a votare i Democratici di sinistra, ovvero i due partiti principali della coalizione avversaria. Dunque, nonostante l'apparente marginalità di un mercato elettorale come quello alpino che vede il perdurante radicamento del fenomeno populista, i dati ci permettono di evidenziare
potenziali spazi di manovra per i futuri assetti politici di un area che deve tornare a pensarsi al centro e non ai margini dei processi storici

 
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