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L’APATIA POLITICA DEL DISTRETTO TRISTE
Lo stato di salute dell'elettorato leghista in una zona (l'arco alpino lombardo che va dall'alto varesotto di Luino fino alla Valtellina) in cui il Carroccio conserva un radicamento elettorale e territoriale che supera il 50 per cento dei voti.

07/02/2006

Qui oggi il leghismo pare aver perso la sua spinta propulsiva di protesta: il suo elettorato è in preda a una fase di apatia verso la politica. Una ricerca di Aaster, coordinata da Aldo Bonomi, racconta il malessere di un movimento che in passato ha dato risposta al bisogno di identità di un territorio

di Aldo Bonomi
Resta sempre lassù il paese, scriveva Cesare Pavese, e Claudio Magris ci ha insegnato che a ben vedere in un microcosmo si può leggere il mondo. Le citazioni colte sono d'obbligo. Per spiegare perché quattro valtellinesi che fanno i ricercatori sociali (Bertolino, Gusmeroli,
Pasini e io), in tempi in cui politica e giornali parlano solo di banche e di poteri, abbiano accettato l'invito militante del coordinatore della Margherita della provincia di Sondrio Enrico Dioli di realizzare una ricerca, laddove la Lega conserva un radicamento elettorale e territoriale che spesso supera il 50-60 per cento dei voti. Nell'arco alpino lombardo che va dall'alto varesotto della Luino raccontata da
Piero Chiara, attraversa l'alto lago di Como, dei lagheè cantati da Van des Sfroos, e arriva nella mia Valtellina.
Da sociologo l'ho definito un distretto triste. Essendo che, a fronte di un benessere diffuso, da turismo, da piccole e grandi imprese come l'Aem, l'Enel e le banche di territorio e da tanto lavoro transfrontaliero con la vicina Svizzera, le società locali subiscono più che governare la ipermodernità che avanza.
FRA ANOMIA E SPAESAMENTO
Letteralmente quelli che si sentivano senza paese, nelle tante comunità montane lombarde. Chiudevano i piccoli ospedali, gli uffici
postali, le scuole, i bar e i negozi di paese. Veniva meno la comunità originaria e si rimaneva senza identità. Qualcuno, intelligentemente, è arrivato e ha spiegato ai tanti spaesati che un'identità c'era. Lì bella e pronta, inventata nel cuore della mondializzazione: essere lombardi.
Poi dalle vallate alpine il movimento politico è sceso nella pedemontana lombarda e nella ricca Brianza aggregando gli stressati del capitalismo molecolare. Artigiani e piccoli imprenditori in difficoltà a fare impresa non più per un mercato locale nel ciclo della subfornitura, ma nel produrre per competere nella globalizzazione. Il lupo cinese l'hanno fiutato e visto arrivare dal basso non dall'alto dei summit del Wto. Il movimento si è fatto partito e, forse, val la pena ricordare che nella crisi della politica degli anni Novanta conquistò il sindaco di Milano. Per poi incontrarsi con l'altra faccia dell'antipolitica, il berlusconismo trionfante.
SPECIFICITÀ POPOLANA
Ma pur istituzionalizzandosi ha sempre mantenuto una sua specificità popolare o popolana per dirla alla Bossi. In quel distretto triste che va da Varese sino a Sondrio ha coltivato, malgrado alti e bassi, la “sindrome da populismo alpino”. Che non è un caso solo italiano. Basti pensare ai successi di Jorge Heider in Carinzia o all'Udc di Blocker in Svizzera. Sino ad arrivare alla fase dell'oggi in cui, dai dati della ricerca, il leghismo pare aver perso la sua forza propulsiva di protesta. Il suo elettorato, la sua composizione sociale di riferimento
pare in preda ad una apatia verso la politica come sistema generale, compreso il leghismo. A ben vedere apatia e anomia vanno a braccetto. Ma se il centrosinistra non se ne occuperà seriamente, nella piattaforma alpina,
che come dimostra la Val di Susa è tutt'altro che una piattaforma del sistema paese marginale, il leghismo potrà sembrare, nonostante la disaffezione, l'unica forma possibile della politica.
L'ESTRANEITÀ
Se all'epoca del suo sviluppo il leghismo poteva essere interpretato come una forma di protesta collettiva contro i partiti tradizionali, oggi questa chiave di lettura non ci pare più adeguata. I dati della ricerca, infatti, fanno emergere un quadro in cui alla protesta consapevole della società locale contro un sistema partitico obsoleto, sembra essersi sostituita una sindrome dell'apatia generalizzata; il riemergere di una atavica estraneità, un lento scivolare fuori dalla politica più che un “chiamarsi fuori” o un volontario porsi “contro”. In definitiva al pari dell'astensione elettorale anche il consenso leghista è diventato espressione di una medesima sindrome in cui non è tanto la società
locale ad essersi modernizzata, quanto la politica a non esserci più, ad avere abbandonato il presidio di un territorio che per un quarantennio dalla politica aveva tratto le risorse per il proprio sviluppo e la propria coesione sociale. Dalla protesta all'apatia, dunque.
LA SINDROME DELL'ASTENSIONE
In democrazia la partecipazione al voto è una delle espressioni più elementari del senso di appartenenza a una collettività; viceversa non votare significa ritrarsi dalla comunità politica. Le aree montane si sono sempre distinte per una minore partecipazione alle urne, e questo è stato vero soprattutto per le piccole comunità locali, in cui la presenza della politica organizzata è stata più flebile.
Ad esempio, se si scava nelle statistiche elettorali si vede come già a partire dalle prime elezioni stabili del dopoguerra (1953) tra i piccoli comuni sotto i cinquemila abitanti situati nelle vallate del luinese o in Valtellina la partecipazione alle urne era mediamente inferiore di 6-7 punti percentuali rispetto ai comuni con pari abitanti situati nella fascia più urbanizzata e industrializzata della pedemontana varesina e comasca. Questo gap si mantiene inalterato nel corso dei decenni e cinquant'anni dopo alle ultime elezioni regionali il divario era ancora il medesimo seppure incrementato di due punti percentuali (si veda la tabella 1 a fondo pagina).
E tuttavia, oggi, quale significato dobbiamo assegnare al costante riemergere della sindrome astensionista nelle piccole comunità della montagna lombarda? Abbiamo chiesto a un campione di elettori le ragioni del loro non-voto e le risposte (si veda nel grafico 1 a fondo pagina) ci dicono che la protesta è una motivazione minoritaria (22,9 percento) mentre prevalgono di gran lunga atteggiamenti di apatia
e distacco (55,7 percento) oppure motivi di impedimento fisico o geografico (21,3 percento). Insomma, prevale la lontananza dalla politica, non il suo rigetto.

 
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